Aneddotica Novese – Fatti e personaggi del Caffè Reale

Chi dalla Porta Pozzolo risale via Girardengo, troverà dapprima l’incrocio con le vie Cavour e G.C.Abba, e proseguendo alla sua sinistra, l’androne dove un tempo si accedeva ad una delle quattro sale cinematografiche della città, l’Iris. Subito dopo, proprio di fronte alla Chiesa di San Nicolò, nei locali dove oggi c’è un negozio di abbigliamento femminile ed una gioielleria c’era una volta il Caffè Reale, un luogo pubblico con oltre un secolo di vita e che anche per la scomparsa per causa bellica dell’Hotel Novi fu, negli anni 40, 50 e 60 del secolo scorso, il cuore della vita novese. È stato per Novi il padovano Pedrocchi, il veneziano Florian, il romano Caffè Greco.

Dotato di ampi locali, accogliente banco, cassa (e cassiera !) con ben cinque biliardi e sala al piano superiore. Proprietario negli ultimi decenni tal Santoro, e poi preso in gestione da una bella signora del Cuneese, di nome Gilda, la quale volle fare del vecchio Caffè una trasformazione molto ardita. Dimezzato rispetto al precedente, lo modificò in una sorta di Cafè chantant, trovandogli anche una nuova denominazione: “Caffè Cervinia”. Ma per i novesi era sempre il “Reale”.

Neppure la Repubblica Sociale, che nel 1944 aveva rimosso la statua di Vittorio Emanuele II in piazza della Stazione, aveva ribattezzato il Teatro “Carlo Alberto” in “Romualdo Marenco”, il viale Regina Elena in Corso Italia, via Umberto I in via Verdi, corso Regina Margherita in corso Romualdo Marenco (denominazioni rimaste anche dopo la caduta di Salò), aveva osato trovare un altro aggettivo da sostituire al “Reale” (Caffè repubblicano ? Caffè Sociale ?)

Nel salone centrale furono eliminati i tre biliardi e sul fondo fu installato un palco con un pianoforte. Rimase il biliardo in una sala laterale ed un altro al piano superiore. L’intenzione era di richiamare alla sera e nei giorni festivi pubblico non solo maschile, ma soprattutto femminile, che avesse modo di intrattenersi con balli al suono di una scelta orchestra, dando fondo a casse di champagne. Purtroppo tutto rimase nelle intenzioni. Rarissime erano sempre state le signore e le signorine che in passato avevano messo piede nel Caffè e tali rimasero. L’orchestra suonò per una decina di sere e qualche pomeriggio estivo. Il salone con il palco fu occupato dai vecchi clienti, non certo contenti della trasformazione del loro Caffè, per cimentarsi in recite e canti non certo per signore. Il bar sopravvisse fino al 1993, triste epigono di un glorioso passato.

Prima di questa trasformazione, al “Reale” la vita iniziava quasi all’alba e si protraeva fino alle 2-3 di notte, più intensa verso mezzogiorno, nel tardo pomeriggio e nella serata, e dove la lingua parlata era prevalentemente il più rigoroso dialetto novese. C’erano sempre due-tre biliardi in attività, i tavolini da gioco non erano mai deserti, il fuoco della discussione, iniziato magari con una pacata conversazione salottiera, oppure con una battuta ben mirata, ardeva sempre. Le dispute proseguivano, a volte serie, ma in genere imbottite di umorismo, infarcite di spirito caustico e alimentate da personaggi impareggiabili: Spinso, detto Trenète, titolare della salumeria vicino al Caffè, il più bravo nel confezionare le cosiddette “pompature”, prese in giro memorabili, aiutato a turno da Angiolino Picollo o da Mantero, il fiorista, che gli facevano da spalla, e altri, che sembravano seguire un canovaccio degno della Commedia dell’Arte.

Nella bella stagione erano posizionati sulla pubblica via sei-sette tavolini contornati da poltroncine occupate in prevalenza da studenti più interessati ad osservare il passeggio che ordinare consumazioni. Pare che non tutte, ma qualche signorina ritenesse più conveniente passare rasente l’antistante chiesa di S.Nicolò o che, comunque, considerasse opportuno non transitare più di due volte dinanzi a quel tribunale speciale. Altri tempi !

Nell’interno, intorno ad Eustachio Bonazzi, proprietario della maggiore tipografia cittadina, diversi personaggi si agitavano, parlavano, sogghignavano, lo stimolavano ora con un argomento ora con un altro, attendendo una sua irosa predica. In un angolo del salone centrale sedeva, attorniato da una sua piccola corte (tra i tanti il colonnello Bolchi, padre del regista televisivo, il dott.Como, preside dell’Avviamento Professionale “Gerolamo Boccardo”), l’ottuagenario Romolo Azzaretti, ex direttore artistico del teatro “Carlo Alberto”, quasi cieco, minuto e magrissimo, melomane nemico giurato del jazz (curèze in cu èe troumbe ). Il Maestro (così era universalmente chiamato) si gloriava di conservare gelosamente a casa il manoscritto dello “Struensee”, ponderosa opera lirica del nostro compositore Romualdo Marenco.

In corridoio, seduti ad un tavolino, giocavano a carte dal primo pomeriggio Carléin Cavanna ed Ottavio Morisani. Quest’ultimo, grecista e latinista, era il punto di riferimento culturale generale, dispensatore di lezioni private a tanti studenti medi e mediocri del Liceo-Ginnasio “Andrea Doria”. In inverno era riconoscibile anche da lontano per il vecchio tabarro che indossava, forse l’ultimo al mondo. Il fratello, di poche parole, portava un curioso soprannome, che ricorda al biliardo un modo di colpire la palla avversaria: u Sfàciu.

A proposito di biliardo, si potevano vedere le giocate del Cagliè, che riscuoteva l’ammirazione di Luigino Romana, imprenditore delle lampadine, altro “grande” del Caffè. Michè (Michele), prima di bocciare era solito battere tre-quattro volte la boccetta sul panno, come i tennisti prima della battuta.

Si poteva avere la ventura di assistere alle esibizioni del Murètu, gran giocatore di boccette, quasi un professionista, novese abitante a Firenze, che ogni tanto veniva a dar spettacolo al Reale contro i celebri Arvigò e Schiappacasse, campioni genovesi.

C’erano poi contrapposti i due gruppi di tifosi del ciclismo: i bartaliani ed i coppiani. Per Bartali, il quadrumvirato Simonotti, Morchio, Angiolino Picollo ed il dott. Persi, arroccati sempre in difesa. Si era a Novi e la stragrande maggioranza era per Coppi: Gino Lupi, Franco Fossati e tanti altri. Il sarto Dellachà e lo stesso Simonotti non potevano però dimenticare Girardengo, mentre Morisani era rimasto bindiano e non esprimeva pareri.

Si poteva sentire Pruspein, al secolo Gino Gastaldi, barbiere di Coppi in via Capurro, e suo intimo amico, che faceva da Gazzetta dello Sport locale, oppure vedere il campionissimo Costante Girardengo, sempre di poche parole, con il massaggiatore Biagio Cavanna, accompagnato dal genero Ettore Milano, il quale confidava a voce lenta: « Ti, Custante, ti-m cumpraindi, a gl-ò fata mi a ée Faustu na buracia mèza d’ègua e meza d vèin biancu e a gò ditu id piòne trai gurè sincsaintu mètri prima dàa fèin du Stèlviu per lvòse da pòria cu gà saimpre avù dàa disciaiza ».

Quanti altri personaggi si potevano incontrare in quel Caffè: Bussi, di cui parleremo, Rosini, il fotografo Parodi, Cassinelli, il parrucchiere più chic della città, suocero dell’imprenditore Attilio Carlevaro, il sarto Primo, Arturo Zavaglia, titolare del formificio, Rebuffo, già calciatore della “Novese”, allenatore di Serie A, scopritore di Loick e Mazzola, Emilio Romana, fondatore e proprietario della fabbrica di lampadine “Neolamp” e infine, tra quelli della mia generazione cito soltanto Pinuccio Pernecco, coniatore di esilaranti battute, alcune delle quali ricorderò più avanti.

Tutto un mondo che meriterebbe la penna di un Piero Chiara, autore di romanzi, tradotti anche sullo schermo, come ”Il piatto piange”e “La stanza del Vescovo”, oppure la cinepresa di Mario Monicelli, il regista della serie “Amici miei”

Pipu ti te scurdà ée custume”. Con questa battuta frequentemente l’avventore del Caffè Reale si rivolgeva al cameriere Pippo, lamentandosi che il caffè era troppo lungo. Per moglior comprensione, ée custume era il costume da bagno, che Pippo si era dimenticato di unire alla tazzina affinché il cliente potesse fare il bagno nel caffè troppo lungo. Pippo, Giuseppe Sardi, oggi ultranovantenne accudito dal figlio, che gestisce il ristorante “Petit Chateau”, non batteva ciglio, accennava al massimo ad un lieve sorriso e si eclissava.

Erano i tempi in cui i giovani avventori, generalmente studenti, giocando a carte o a biliardo, si rivolgevano a Pippo ( o a Ciccio, suo collega ) ordinando con noncuranza una completa, nome che poteva pensare a chissà quale bevanda di ricercata composizione: si trattava semplicemente di gassosa, zucchero e limone.

Un assiduo avventore, simpaticissimo ed ultracaratteristico, ordinava frequentemente per sé e per gli amici, con i quali discuteva a bassa voce animatamente di affari, ed altrettanto frequentemente faceva “mettere in conto”. Un giorno, intento in trattative con alcuni mediatori, dopo le consumazioni rivolgendosi alla cassa, disse “Cu mòrca, nai!” Ed il gestore, di rimando: “No, chi u-n se mòrca pù! “. “E alura c-us l-u tègna a memòria “ fu la pronta risposta.

La famiglia novese dei Giuglardi, come molte altre, si è estinta. Gli ultimi due rappresentanti, Giacinto e Franco, sono scomparsi senza lasciare eredi. Il loro nonno, Antonio, è stato uno dei fondatori dell’Industria meccanica a Novi. Franco, nonostante che un malaugurato incidente gli avesse provocato la perdita di una gamba, era sempre un bell’uomo, elegantissimo. Fumatore accanito, era quello che si dice un bon vivant, un viveur, un gourmet, un tombeur de femmes. Conosceva qualsiasi gioco di carte. Un giorno, sempre al Caffè Reale, nasce una discussione sulla pederastia: si tratta di una malattia o di un vizio ? Dopo aver ascoltato diverse opinioni, molto seriamente il Franco Giuglardi sbotta: « Sicuramàinte l’è na maratia, sa fusa in visciu, mi ag l’avàisa. »

Ammirando la sua automobile nuova l’amico commenta: « Postesorbu, che bèla machina che ti t’è catà! » E lui: « Si, l’è bèla, ma a bàiva cmè na famia ‘d vèneti ! »

Altro assiduo frequentatore del Caffè Reale era un signore alto, di bell’aspetto, elegantemente vestito, quasi sempre in abito blu con fazzolettino bianco al taschino, “borsalino” grigio, floscio, ghette grigie in sintonia e bastone con pomolo d’argento. Poteva sembrare un nobile, magari decaduto, un ammiraglio in pensione, un ricco finanziere. Era soltanto un socio della fabbrica di lampadine Nitens, di cui curava le vendite particolarmente a Milano. Si chiamava Paolino Bussi, che si vedeva passeggiare per Novi, in lieto conversare, ancora nei primi anni cinquanta scorsi. Socratiche le sue litigate con la moglie, proprietaria del Cinema “Italia”. Certamente un personaggio quasi passato nel mito. Amante del bel canto, era però noto per il suo umorismo.

Eccone un piccolo scampolo. Si reca un giorno presso uno dei migliori barbieri di Milano, che a lungo gli era stato decantato, lui che amava ben apparire. Barba e capelli, alcune frizioni, spazzola e poi il conto, salatissimo. Imperturbabile, il nostro non si scompone, paga con mancia, poi si avvicina al proprietario e chiede: « Permette che l’abbracci? » ed esegue. Esce, fa qualche passo per via Manzoni, poi rientra nel negozio e chiede nuovamente di abbracciare il proprietario; questi, stupefatto, ma divertito, acconsente chiedendone stavolta il motivo. E Bussi, serio: « Caro signore, con i suoi prezzi, io non avrò mai più il piacere di incontrarla e quindi mi permetto di salutarla affettuosamente per l’ultima volta ».

Il vero protagonista, il soggetto delle più esilaranti “pompe”, la vera attrazione era il citato Eustachio Bonazzi. Dopo tanti ammiccamenti, dopo tante blandizie, dopo tante frasi buttate là,”U Stàciu” avrebbe recitato. “Ti n-ghè pù a vuse dl’an pasà” cominciava Trènete, il regista della “pompa”. “Cumainda, lè u gà quarcòsa d Falcuni (Armando Falconi) in cu si pòchi siònni (sopracciglia)”, aveva proseguito Angiolino Picollo. «Ma Falcuni l’era in brilante (attore brillante); cos cu và a cercò » era la risposta. Alle suddette sopracciglia a volte il barbiere Pruspèin faceva finta di apprestarsi a dare una ritoccata: ”No e poi no”, intimava il nostro, che teneva moltissimo ai suoi folti peli. Dal fondo della sala un altro commento: « In lavù cmè L’anèmica che te fatu a Turtouna ti- n lu farè pù !». «Tòse, lucardòn ignurante – era la bonaria risposta – us disa La Nemica di Dario Niccodemi ».

Sollecitato e pungolato a lungo, finalmente un avventore neòfita, forse un impiegato statale, se n’era uscito con: «Commendatore, io mai sentii il giuramento suo da Romanticismo, lavoro immortale di Gerolamo Rovetta ».

Sorpreso, dopo aver detto “ma indè chi sài andati a piòlu chilè !”, ma anche lusingato da un invito non pronunciato dai soliti e poi richiesto d’un pezzo che era il suo cavallo di battaglia – segno che il neofita era stato istruito a dovere – Eustacchio si era alzato in piedi lentamente, appoggiandosi al pomolo d’argento del bastone, manifestando così il suo assenso.

A quel punto Pippo aveva posato rapidamente su un tavolino due caffè ed una completa da poco ordinati e si era affrettato dietro il banco, suo punto d’ascolto. Trènete si era fatto serio ed aveva invitato a gesti gli altri a fare largo. I giocatori a carte si erano fermati posandole sul tavolo rovesciate. Ai biliardi si erano chiuse rapidamente le mani ed i giocatori si erano portati attorno all’attore, in procinto di attaccare. Persino il Giuglardi, di poche parole ed assorto nei suoi pensieri, aveva alzato la testa, in avanzata platea, facendosi attento. La cassiera dai capelli di rame aveva mosso le lunghe ciglia, segno di sincero interesse.

Si era insomma fatto un silenzio irreale in un luogo pubblico.

Con un’occhiata di sufficienza rivolta all’uditorio e con il volto dall’espressione consona al soggetto della declamazione che stava per fare, Eustacchio attacca: « Nel nome di Dio e dell’Italia, nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, io, Vitaliano Brancati…»

Subito una frase proveniente dalla silenziosa platea interrompe l’atmosfera “Ma alura i èri in ta trài !”

Eustacchio attiva tutti i freni possibili, fulmina con uno sguardo di profonda commiserazione chi aveva parlato ed i più vicini gli sentono gorgogliare fra i denti “Pusibile c-u sia sempre è pù lucu” e riparte, ma ormai ogni frase è accompagnata da commenti ora di ammirazione, ora di disapprovazione. L’attore prosegue imperterrito, tollera ogni intrusione, ormai abituato da tempo, preso dal suo stesso declamare, finché, alla conclusione, un ironico rumoroso   applauso si leva e sul volto del Bonazzi appare un sorriso, quasi a commiserare i presenti, i quali naturalmente non si ritengono soddisfatti e richiedono il bis. Qualcuno vorrebbe sentire “L’amore dei tre re”. Altri suggeriscono “La cena delle beffe”(L’allusione è evidente).

Ma il Bottazzi si siede con fare solenne, dopo aver etichettato alcuni a dovere con il titolo di ignorante.

Chi era Eustacchio Bonazzi? La passione per la recitazione l’aveva nel sangue. Era entrato giovanissimo in alcune compagnie teatrali novesi, riscuotendo subito un notevole successo. Durante gli anni precedenti la prima guerra mondiale ebbe contatti con gli stabilimenti cinematografici sorti a Torino, primi in Italia. Era poco più che ventenne, essendo nato nel 1889, un bel giovanotto sul tipo “bel tenebroso”, come allora si diceva. Aveva già stipulato alcuni contratti, quando la guerra mandò a monte tutto. Circa due anni dopo la fine del conflitto fu segnalato negli Stati Uniti e la “Warner Bros” gli fece allettanti proposte. Non si sa perché non accettò. Non c’erano certo le condizioni ed i vantaggi di oggi. Ebbero il sopravvento il suo attaccamento a Novi, agli amici, al Caffè Reale ? Chi lo sa! Forse.

Tenne comunque viva la sua passione. Recitò parecchie volte a Novi al “Carlo Alberto” al “Politeama Italia” all’ “Ilva” ed in centri della Provincia. Si esibì anche a Genova. Ebbe attestati di stima da Cesare Baseggio, da Gilberto Govi e pare anche da Ermete Zacconi.

Ancora in età matura era un bell’uomo, imponente, con abbondante capigliatura nivea e folte sopracciglie. Sempre elegante, era titolare di un’avviata tipografia. Il suo palcoscenico l’aveva scelto al Reale, che frequentava costantemente con questo orario: feriale, ore 13 –15, 20-23; nei giorni festivi la permanenza era ovviamente maggiore. Non c’era il camerino, non c’era il sipario, non vigeva l’ora d’inizio. Lui era il protagonista, contornato da altri attori – che erano in fondo i suoi veri amici – ognuno con la propria parte.

Come nel breve esempio di prima, le rappresentazioni iniziavano in sordina con i finti tentativi di persuaderlo a recitare. Egli non aspettava altro, pur sapendo come sarebbero andate le cose; saliva sul suo palcoscenico, declamava, veniva interrotto, riprendeva sempre per finire alla grande gratificando di epiteti or l’uno or l’altro (classico “lè c-u vòda a stòse in s-in masu d’be…! ).

Tutti si divertivano. Eustacchio Bonazzi soprattutto.

Uno degli ultimi clienti protagonisti del Caffè Reale è stato il Pernecco, del quale si ricordano amene battute. Ne riferisco alcune, probabilmente già note a qualcuno di voi.

Mentre è impegnato in una partita a carte, entra nel Caffè un amico che lo invita ad alta voce “Alura ti vèni a mangiò a cà me stasàira ?” Pronta, come al solito la risposta: ”No, no! Stasàira a gò fòme !”

Dipendente comunale, un giorno, mentre dirigeva la tinteggiatura bianca a livello di un passaggio pedonale, nota che una signora alla guida di un’auto, ferma al semaforo, forse distratta non riparte al segnale verde. Lui le si avvicina e l’informa: « Sciura, a Nòve a ghemu sulamainte trài curui » .

In altra occasione era impegnato nel suo lavoro, quando gli passò accanto una bella signora, vistosa e sussiegosa. Lui la guardò, forse un po’ insistentemente, e lei allora lo apostrofò; « Non è carne per i suoi denti». «Ma a me – replicò prontamente lui – la carne di vacca non mi è mai piaciuta ».

Entrato dal parrucchiere gli si rivolge con “Alùra! Ti mi tòi sti caveli o a devo catòme in viulèin”. Evidentemente si riferiva a certi artisti, che usano portare i capelli lunghi.

Fra una discussione e l’altra, al barbiere sfugge un poco il controllo del rasoio e ne derivano alcuni taglietti sulle guance. Pernecco si accosta al rubinetto, si riempie la bocca d’acqua e si sciacqua ripetutamente. Il barbiere chiede spiegazione e questa è stata la risposta: « A vòi vede s-a pèrdo, perché au tò rasu ug manca a parola, ma i dàinti u ghi à tuti ».

Passa un amico con i pantaloni nettamente corti, quasi sopra la caviglia. Chiede il Pernecco: « In da vètu cu se bròghe cùrte ? Ti gh’è l’ègua in cà ?».

Acquistato un moschicida, il droghiere gli chiede se deve incartarglielo. Risposta: « Vuole che le porti le mosche qui ? »

Chiamato ad imbiancare una stanza, si accinge a tinteggiare il soffitto, accennando a salire sul tavolo. La signora lo ferma esclamando: « Speta ca-g metu in giurnòle », evidentemente per non sporcare con le scarpe il tavolo. Risposta: « U-n serva. A-g rivu parègiu! »

Qualcuno dirà che in tutte le cittadine si tramandano episodi o situazioni simili, ma non è detto. Il prof. Alessandro Podestà conserva un ricordo simpatico di Novi, del suo dialetto, del quale non riuscirà mai a dire due parole corrette, e della novesità. Mi diceva che a Chiavari una raccolta di aneddoti cittadini non potrebbe essere fatta, per mancanza di materiale.

Molto spesso alla frase seria segue una pennellata davvero sciolta di umorismo. Si potrebbe anche fare riferimento al carattere novese, che tende a smitizzare ogni cosa e ci si potrebbe addentrare in forbite analisi psicologiche

Confesso che sorridevo mentre scrivevo alcune frasi. Certe situazioni occorre riviverle perché restino per sempre. Anch’esse sono un tratto della lunga strada della vita.


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