Archivio della categoria: costume e società

L’industria dolciaria a Novi Ligure

di GIANFRANCO MONLEONE

Il 1° giugno del 1868, Stefano e Francesco Pernigotti, rispettivamente padre e figlio, sottoscrivendo la relativa “Scrittura di Società”, con atto rogato notaio Morassi, fondavano la Società in nome collettivo «Stefano Pernigotti & Figlio, affine di continuare ed ampliare il commercio già intrapreso». In pari data Stefano inviava una lettera a tutti coloro coi quali era in rapporti di commercio, clienti, fornitori, ecc., scrivendo, tra l’altro: «Signore, gli affari commerciali sotto il mio proprio nome Stefano Pernigotti fu Francesco cessano col giorno d’oggi, e con scrittura di questo giorno si è costituita una Società col mio figlio, che continuerà lo stesso commercio… Ringraziandovi della confidenza che sempre mi accordaste vi prego di volerla continuare alla nuova Società, e con distinta stima vi saluto». Continua a leggere


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Le Fiere di Novi

di FRANCESCO MELONE

Le fiere di merci

« Qual sia, qual fosse già, e qual sia stato anticamente il più utile pregio di Nove, non occorre l’indugio di ricercati preamboli per dimostrarlo, giacché troppo chiaro a giorni nostri per fatto, per tradizione e per scritti altrettanto pregevoli, manifestissimo: le fiere, intendo, celebratissime e il gran commercio d’ onde si è resa Nove e rendesi famosa tuttavia fin oltre i monti.

È superfluo affaticarsi a pro del credito di tal città, la quale, come a tutti è palese, non invidia qualunque altra di Lombardia, essendo ella, per così dire, il Portofranco delle merci di Genova dirette a quella parte. Non vi è popolo di qua del Po che ivi non accorra per provedersene, non vi è feudo che ivi non porti i suoi prodotti, grano, vino, fieno, risi, legna, erbaggi e tutto il resto che può servire alle bisogna e voluttà dei viventi.

Non è in oggi, come ad altri luoghi, destinato a Nove in dati tempi lo spaccio delle derrate, ma quotidiana però chiamasi la fiera; ed è un piacere, e piacer di ogni giorno, a chi sorge di buon mattino, il vedere come carche di vettovaglie forestiere sono colla piazza le vie d’intorno e come in brieve dai compratori si spogliano ».

Queste colorite notizie si hanno da un manoscritto della seconda metà del 1700, conservato nella Biblioteca covica Berio di Genova, intitolato Saggio storico della Città di Nove, Continua a leggere


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Il Basso Pieve, evoluzione e declino di una comunità

di FEDERICO CABELLA

Il Basso Pieve è un territorio che, rispetto al centro della città di Novi Ligure, presenta caratteri peculiari. È difficile non riscontrare, nelle persone che vi sono nate, cresciute, o che comunque vi hanno trascorso dei più o meno lunghi periodi della propria vita, un forte radicamento a un luogo che rappresenta, forse meglio di ogni altro, la campagna novese, l’amena Arcadia dove ritirarsi in cerca di riposo e concentrazione, come nel caso del celebre umanista novese Lorenzo Capelloni.

Alla stregua del Machiavelli, la cui fuga nel podere dell’Albergaccio a San Casciano, nella campagna fiorentina Continua a leggere


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Ultimi giorni in montagna di un partigiano

di PIETRO MAFFEO

Capanne di Pei  Aprile 1945

Abbiamo atteso ordini per tutta la giornata e finalmente ecco arrivare due uomini ed un mulo. Si intravedono in distanza, ma non si possono ancora riconoscere: avanzano cantando con passo spedito. Dopo una decina di  minuti riconosciamo nei due i partigiani Duemila, il mulattiere, e Calabria, entrambi appartenenti al nostro distaccamento.

Il Commissario, dopo essersi intrattenuto con loro, con un sorriso di soddisfazione, ci chiama tutti e gesticolando ci comunica che il Comando, finalmente, ha deciso il nostro avvicendamento: saremo sostituiti dagli uomini del distaccamento ”Cecchinelli”(Reclute). L’ordine è di attendere il cambio sul posto. La nuova dislocazione ci fa molto piacere, poiché saremo vicini all’autostrada Serravalle-Genova ed avremo la possibilità di riprendere le azioni di disturbo contro le forze tedesche. Continua a leggere


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Il giovin Signore di Novi prigioniero nel Castello di Ischia

di ITALO CAMMARATA

Il 4 febbraio 1497 parte dall’isola d’ Ischia un mazzo di sei lettere[1] scritte tutte dalla stessa mano. Le manda il giovane Pietro Campofregoso, nato dal primo matrimonio del feudatario di Novi, Battistino, con Catocchia Spinola, figlia di Marco. Non conosciamo l’anno esatto della nascita di Pietro, ma sappiamo che è nato a Novi, feudo di suo padre Battistino e prima ancora di suo nonno Pietro[2], di cui egli eterna il nome. Potrebbe essere nato attorno al 1470-1475 e avere, perciò, in quel momento 22-27 anni. Quando il giovane Pietro nasce a Novi, suo padre Battistino si è sposato in prime nozze da almeno un anno, dopo avere vissuto a lungo come “Cameriere ducale” alla Corte di Milano di Galeazzo Sforza, dove ha acquisito amicizie importanti, e imparato le buone maniere e la buona scrittura. Continua a leggere


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La Confraternita e l’Oratorio della Misericordia in Novi

di FRANCESCO MELONE

Dal proemio ai “Ragionamenti Vari”, datati 1576, scritti da Lorenzo Capelloni, storico novese autore di una vita di Andrea Doria, si legge che già dal secolo precedente esistevano in Nove, con i relativi Oratori, quattro pie Confraternite di Disciplinanti: quella della S.S.Trinità dei Pellegrini e Convalescenti – la più antica, sorta nel 1482 – quella della Misericordia e della Morte ed Orazione, quella di S.Bernardino e quella di S.Maria Maddalena e S.S.Crocefisso.

Di pie unioni laiche si trovano tracce in Francia già nel secolo VIII, ma quelle del secolo XIII sono il risultato dell’imponente moto religioso, che scuote la società cristiana di quel tempo. Continua a leggere


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Sulle origini spagnole di Nicoletta Scorza moglie del pittore G.B. Carlone (1603-1684)

di GIAN MARINO DELLE PIANE

Giannettino Scorza, detto “Scorzino” e “di Voltaggio”, a seguito delle rivolte popolari del  1506 in Genova eletto uno degli otto Tribuni della Plebe con poteri assoluti, nel 1507 all’epoca del doge Paolo da Novi, bandito e condannato a morte dai francesi, si rifugia in Spagna; nello stesso anno “stipendiato” dall’Imperatore Massimiliano, è infine  nominato Idalgo 1).

Appartenente al ramo di Voltaggio, ivi attestato dal primo quarto del XIV secolo 2), della famiglia Scorza dei conti di Lavagna 3), in Spagna assume il cognome spagnolizzato “Escorcia” 4).

Gli “Escorcia” del ramo di Voltaggio, pure presenti ad Alicante 5), in Spagna modificano l’arma “di rosso al grifo elevato d’argento coronato d’oro” 6), in “di rosso al drago alato elevato d’argento coronato d’oro, alla bordura d’argento caricata da otto piccoli scudi d’argento a due bande di rosso” 7). Continua a leggere


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Il mangiare dei nostri antichi

di MARCO RESCIA

Il presente articolo non vuole essere un trattato d’importanza scientifica e nemmeno una vera e propria storia dell’alimentazione, sia pure di area locale. Il discorso, infatti, procede per scorciatoie e si avvale di semplificazioni per comodità d’intesa. Alcune illazioni, da verificare, sono proposte come punti di attrattiva verso una sorta di patriottismo gastronomico

La coltura che sfamò i popoli

L’occupazione militare degli antichi Romani sui territori della Padania e della Gallia fu avvalorata con l’insegnamento, dato alle popolazioni soggette, per la retta coltivazione di alcune graminacee di sobria esigenza e di sicura resa.

In primis, il frumento, poi: l’orzo, il farro, la segala, la spelta. Tutti semi che, se resi in farina, impastati con acqua e cotti fornivano alimenti sazianti e di gradevole sapore. Tra i primi atti della colonizzazione romana ci fu la jugeratio, ossia il frazionamento delle piane in unità agricole da distribuire ai legionari ed ai loro benemeriti ferderati. Continua a leggere


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Dove finiva il territorio di Novi e cominciava quello di Tortona

di ITALO CAMMARATA

L’Archivio di Stato di Torino (Confini con Genova, Tortonese, mazzo 1) custodisce un documento datato 5 dicembre 1471 e intitolato ‘Atto di terminazione dei territori di Tortona e Novi, con piantamento dei termini’. Si tratta di una stampa, cioè chiaramente della trascrizione di un manoscritto custodito nell’Archivio di Milano, eseguita nel ‘700 da funzionari sabaudi per poter disporre di qualche prova documentale su un territorio (quello tortonese) che i Savoia avevano conquistato nel 1735, ma di cui a Torino si sapeva ben poco. Quell’atto, scritto a mano  con meticolosa precisione quasi 300 anni prima, permetteva infatti di capire quali fossero i veri confini riconosciuti fra il Tortonese e Genova (e Novi, che allora faceva ancora saldamente parte della Liguria). L’originale, di cui venne fatta la trascrizione a stampa, rimase nell’Archivio milanese mentre i piemontesi che avevano compiuto l’operazione dovettero lasciare Milano insieme al loro Re Carlo Emanuele III, che invano aveva sperato di diventare anche padrone della Lombardia.

L’articolo che segue ricostruisce come si era arrivati nel 1471 a fissare quei confini che ora interessavano tanto al Re di Sardegna, divenuto padrone di Tortona.

Dopo la morte del Duca di Milano, Francesco Sforza (1466), e la salita al potere del figlio Galeazzo le vicende del feudo di Novi sembrano assestarsi: il giovane Battistino Fregoso va a vivere alla Corte di Milano mentre sua madre Bartolomea rimane a governare Novi. Continua a leggere


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LA BANDA DEL GRANO

di ITALO CAMMARATA

Una piccola tangentopoli a Pozzolo Formigaro nel 1457

Per la sua posizione al bordo meridionale del Ducato di Milano, fra la fertile pianura padana e il porto di Genova, Pozzolo Formigaro è sempre stato un naturale punto di contrabbando di tutte le merci che viaggiavano sulla rotta Genova- Milano e specialmente di quelle che erano contingentate (in particolare sale e cereali) oppure sottoposte a tassazione speciale (gualdo tintorio).

L’episodio che qui viene ricostruito nei particolari fa capire quanto forti erano gli interessi e quanto importanti potevano essere i personaggi coinvolti nel contrabbando.

Per inquadrare meglio i fatti occorre aver presente che a partire dal 1455 il feudo di Pozzolo era stato assegnato al vecchio capitano di ventura Micheletto Attendolo, cugino primo del Duca di Milano, il quale si era installato insieme con la moglie Isabella e tre figli maschi nel Castello fatto erigere nel 1453 dal capitano Bartolomeo Colleoni.

I fatti che ricostruiamo risalgono a tre anni dopo l’istallazione a Pozzolo dei nuovi feudatari, una famiglia  che un’attenta studiosa[1] giudica molto severamente: “La cifra dominante della presenza degli Attendolo nei confini del Tortonese non fu tanto il loro lealismo ma, al contrario, la politica indipendente e riottosa di un potentato incontrollabile”. Insomma “lungi dal costituire un feudo di confine, utile a sorvegliare le frontiere, gli Attendolo a Pozzolo si distinsero per atti di prevaricazione e manifestazioni di arrogante presunzione…… Pozzolo fu una miniera da sfruttare e gli Attendolo impararono presto a vivere e a prosperare della principale risorsa del luogo: il contrabbando”.

L’annata agraria 1456 non era stata delle migliori nel Ducato di Milano, tanto che era stato vietato[2] perfino di esportare le “brazzate” cioè le remunerazioni in natura (in questo caso: il grano che si poteva trasportare in spalla) che normalmente venivano concesse agli “aratori” cioè agli aiutanti stagionali arruolati fuori dal Ducato per il raccolto. Per accorgersi della crisi che ne era seguìta basta leggere la lettera[3] con cui il Duca Francesco Sforza informò il Vescovo di Tortona di avere inviato nel Tortonese il suo uomo di fiducia, Job de Palazzo, per cercare di bloccare le granaglie che quotidianamente venivano portate di contrabbando nel Genovese, sfruttando soprattutto i cammini secondari delle Valli Curone, Borbera e Grue. Un’altra lettera[4] da Alessandria avvisava infatti che “in Genoa è penuria grandissima di vettovaglie e [il grano] si è venduto VI libre alla mina, né se ne trova, e la murmurazione per la fame è grandissima”.

Ottima occasione per i contrabbandieri. Perciò il Duca mandò un severo avviso[5] al suo Commissario dell’Oltrepò: “Intendiamo che in quelle nostre parti sono commesse molte frodi di biade, gualdi, sale e che molte vettovaglie sono condotte dal nostro Paese nel Genovese. Vogliamo che tu, con ogni ingegno, dì e notte debba ovviare con tutte le tue forze che le frodi non siano commesse”. E qui aggiungeva una frase ambigua: “E guarda di non avere paura di lettere che ti siano scritte da chicchessia, ma eseguirai le nostre lettere non guardando in faccia a nessuno”. A chi intendeva alludere il Duca?

Di quella crisi alimentare ci parla anche il permesso straordinario che il Duca accordò[6] “manu propria” nello stesso febbraio 1457 al suo fedele segretario Antonio Guidobono per poter portare 100 salme di grano da Quargnento e Solero fino a Tortona e poi di aggiungervi altre 100 salme prelevate[7] a Tortona e a Carbonara per portare il tutto a vendere a Precipiano e nella Valle dei Ratti e in altri luoghi della Diocesi tortonese, evidentemente rimasti sprovvisti e ora ridotti alla fame.

Guidobono era un tortonese salito sul carro vincente dello Sforza da quando aveva propiziato il suo matrimonio con l’unica figlia del Duca Filippo Visconti, atto che aveva segnato la prima tappa per raggiungere il trono ducale. Perciò lo Sforza gli serbava e gli doveva gratitudine, che esprimeva con concessioni di questo tipo (fonte di un guadagno certo e immediato per un personaggio che normalmente non si occupava di cereali) ma anche con l’assunzione negli uffici di Corte milanesi del giovane figlio di Antonio, Cavalchino Guidobono, la cui sigla (Kaval.) infatti compare alla base di questa lettera di permesso, registrata come molte che seguono nell’apposito registro intitolato “Licenze relative alle granaglie”.

Libero passaggio da Novi a Genova

Quindici giorni dopo, un’altra lettera[8] partiva dalla Corte milanese, indirizzata al “Capitano del divieto” di Alessandria, cioè all’ufficiale incaricato di sorvegliare tutti i movimenti di grano ed altri cereali in quasi tutto l’Oltrepò; gli ordinava di andare a Serravalle e comandare alle autorità locali di “lasciare passare liberamente tutte le biade che saranno condotte da Novi a Genova” purché “non siano condotte altre biade che quelle di Novi”. Il Podestà di Novi gli aveva infatti assicurato, diceva il Duca, “che provvederà che le biade del Paese nostro non saranno menate via”. Insomma si voleva evitare che sul mercato di Genova finisse del grano proveniente dal Ducato di Milano; invece poteva essere esportato quello proveniente da Novi, che era un feudo della famiglia Fregoso, in quel momento titolare anche del Dogato genovese.

In fondo a questa lettera, un ultimo ordine per il Capitano del divieto: “Vogliamo che ti trovi con il magnifico signor Michele [Attendolo] e gli dirai che non si impicci più di fare licenze [di esportazione] né simili cosi pertinenti al tuo ufficio”. Micheletto Attendolo era il feudatario di Pozzolo e si era preso l’iniziativa di concedere una licenza di esportazione grano al novese Urbano Bianchi, che poi invece era stato bloccato dal Capitano. E questo ci fa capire che esisteva una certa confusione di poteri. Il Duca infatti dovette scrivere[9] anche a Micheletto pregandolo di “consegnare nelle mani del Capitano del divieto” proprio il Bianchi, arrestato per contrabbando e rinchiuso nel suo Castello di Pozzolo.

Il Capitano del divieto non era molto amato a Pozzolo. Aveva già avuto da dire[10] con gli abitanti quando aveva preteso che gli pagassero il fitto di una casa dove teneva il suo ufficio quando veniva in paese, e perciò il Duca gli aveva ordinato “di informarsi diligentemente” su quali erano le vere consuetudini in proposito, e di rispettarle. Poi era stato accusato[11] di “un atto presuntuoso commesso” sequestrando i bovi di Pietro Bovone, Giacomo da Pagherna e Beltrame da Dernice, tutti abitanti a Novi, mentre andavano “con certi loro carri per levare le biade nasciute nei loro campi”, e per quel sequestro il Duca era stato costretto quasi a chiedere scusa[12] al Doge di Genova, che era anche signore di Novi, e poi ad insistere[13] perché venisse restituito il maltolto.

Come se si trattasse di una droga

Ad un consumatore moderno, abituato a comprarsi il pane come e quando e quanto ne vuole ad un prezzo solitamente  modesto, può sembrare assurdo che in questi documenti si parli di grano, farina e pane come se si trattasse di droga preziosa, da trasportare con tanto di documenti di accompagnamento e di autorizzazioni scritte. Invece, per calarsi in questa realtà così lontana (ma non così lontana per chi ricorda ancora i tempi di guerra), occorre tenere presente che la produzione e il commercio dei cereali (il componente più importante della dieta del tempo) erano sottoposti a rigorosi controlli, con appositi uffici e permessi e funzionari e guardie armate.

Attorno ad ogni bene contingentato è normale che nasca immediatamente un sistema di aggiramento. Il caso che segue ne è la dimostrazione più lampante e vede in azione praticamente tutto un paese, dal feudatario all’ultimo garzone di mugnaio, per aggirare le norme di legge e deviarle a proprio favore.

Nella prima metà del 1457 altre licenze “di tratta” vennero concesse al soldato Giacomo Marliani[14], poi ai militari[15] milanesi stanziati nella Valle dei Rati, poi ai tortonesi Facino Ponzano[16] e Luigi Montemerlo[17], poi agli Spinola[18] di Borgo e Pallavicino; anche i marchesi Malaspina[19] ebbero un permesso di condurre biade dall’Abbazia di S.Alberto fino a Cabella, Cantalupo e Brignano. Insomma, un gran viavai di gente potente (o prepotente, come i soldati).

Intanto Micheletto Attendolo continuava a tenere chiuso nel suo Castello di Pozzolo il novese Urbano Bianchi, fatto prigioniero “per le frodi da lui commesse nell’esportare biade fuori del Ducato”, anche se “duplicate lettere” gli erano arrivate da Milano affinché lo liberasse. Una nuova missiva[20] ducale lo costrinse finalmente a rilasciarlo mentre una seconda[21] lo rimproverava per il fatto che “quei bovi e il carro di biada tolti [sequestrati] a Urbano Bianchi di Novi” erano finiti indebitamente nelle mani dei figli dello stesso Michelettouelli bovi.

L’ordine era di restituire il tutto al legittimo proprietario, che si trovava sotto la protezione del Doge di Genova nonché feudatario di Novi, Pietro Fregoso. Con quest’ultimo e con i suoi Novesi, lo Sforza aveva già in piedi una bega[22] a causa di una Torre daziaria che quelli di Novi avevano eretto indebitamente nella Frascheta e che proprio in quelle settimane verrà distrutta ad istigazione dei Tortonesi. Non era quindi il caso di attizzare altri contrasti.

Anche il Capitano del divieto ricevette[23] l’ordine di restituire a Bianchi quello che gli aveva sequestrato ma che purtroppo risultò già “venduto all’incanto, e spartito il bottino” tra gli autori di quel sequestro. Al Podestà di Serravalle venne ordinato[24] di tenere gli occhi ben aperti: il Duca aveva saputo che “per quella bocca di Serravalle si fanno molte frose di biade, che vanno fuori dal Paese”. Ormai però la crisi sembrava alle spalle e le spighe nuove erano una bellezza . Venivano sù altissime, come si vede in un quadro di Bruegel (dove arrivano quasi ad altezza d’uomo) e avrebbero fornito più paglia che grano. Ma anche quella paglia era benedetta perché serviva per fare gli “strami” dei cavalli.

 

Non cavare nemmeno un granello

Invece a metà luglio, proprio nel momento del raccolto, il Capitano del divieto ricevette[25] ad Alessandria l’ordine perentorio “di non cavare neppure un granello di biade dal nostro territorio”. Eppure l’annata agraria era andata bene, e anche il raccolto del gualdo era così abbondante che un funzionario sforzesco riferiva[26] da Tortona: “Le cose dei gualdi qua passano benissimo e trànnose a furia” cioè se ne esporta a bizeffe.

In quel settembre 1457 si verificò un altro fatto strano. Il Duca scrisse[27] a Micheletto: “Poiché abbiamo deliberato di mandare ambedue i vostri figlioli in un certo luogo assai importante, distante due o tre giornate da qua per servizi [militari] che importano, vi preghiamo che li facciate mettere in punto insieme a 60-80 cavalli in armi”. Ma la risposta[28] immediata del parente Micheletto fu: “Raimondo mi ha risposto che, considerata la disfazione che ebbero quando andarono alla impresa del Conte Giacomo”, aveva deciso di andare a Milano “per darLe ad intendere i suoi bisogni e necessità”. Insomma, ben poco entusiasmo per quella convocazione. Qual era la ragione?

Soltanto 10 giorni dopo, l’11 ottobre 1457 il Duca di Milano mandava questo messaggio[29] riservato a Giorgio d’Annone, il suo Commissario dell’Oltrepò che risiedeva a Tortona ed Alessandria: “Il nostro camerèro Viva[30] da Codignola, , ci ha portato certe informazioni contro Michele Colli da Vigevano, deputato a Pozzolo sopra le frose [sfrosi, contrabbando]”. Colli era un altro funzionario ducale incaricato di sorvegliare e combattere il contrabbando dei cereali proprio in quella zona e aveva affiancato dall’inizio 1457 il suo collega Ventura da Montesicardo.

Giù le mani dalla cacciagione

Il Duca scrive al Capitano del divieto: “Abbiamo inteso che gli uomini dell’ Alessandrino e del Tortonese, senza alcun rispetto e con lacci, reti e altri ingegni, pigliano lepri, pernici e fagiani, in modo che quelle parti resteranno private del tutto di selvatici. Poi le mandano a vendere nei luoghi fuori del nostro paese, che resta mal fornito di selvaticine”. Emetta un bando che vieti a chiunque di cacciare senza speciale licenza ducale o di Carlo da Cremona, “Capitano generale delle nostre cacce” (ASMi Missive 34. Milano, 22 febbraio 1456).

Il Duca ordinava al suo Commissario dell’Oltrepò:“Vogliamo che subito senta da Viva tutte quelle imputazioni che ci ha portate e le dichiarazioni rese dai testimoni, che hanno deposto nelle mani del Podestà di Pozzolo, e che convochi Michele Colli e gli legga queste imputazioni e senta che risposte darà e, se lui nega, convoca Podestà e testimoni e di nuovo li esamini tu sopra questa faccenda, separàti l’uno dall’altro”.

Si capisce che questa è una faccenda che sta molto a cuore al Duca, il quale prosegue:

“E vedi di mettere in questo [affare] ogni tuo ingegno, astuzia e intelletto per comprendere la verità, e se queste imputazioni sono vere oppure fatte ad arte, non avendo riguardo a nessuno”. Teniamo a mente queste ultime parole: “Non avendo riguardo a nessuno”, perché possono essere fondamentali. “E se trovi che la cosa è come ci è stato detto, vogliamo che trattenga presso te Michele Colli fino a che ci avvisi come sta la cosa e che abbia nostra risposta. Se invece trovi che non sia colpevole e che questo sia [stato] fatto apposta fraudolentemente per svergognarlo, vogliamo che contro tutti quelli che avranno tenuto mano a questa cosa [calunnia] si proceda con quella rigidezza [severità] che richiederà la ragione e la natura del caso, senza alcun rispetto”.

Metti ogni tua astuzia perché si trovi la verità

La missiva prosegue con questa raccomandazione:”E in questo, Giorgio, se mai desiderassi soddisfare il desiderio e volontà nostra, metti ogni tua sottigliezza [astuzia] perché si trovi la verità, interrogando tutti quelli che, dall’una parte e dall’altra, ti saranno indicati. E affinché tu meglio sappia le imputazioni che ci sono state date, te le mandiamo qui incluse”. Michele Colli, intanto, era stato sospeso dal servizio e perciò il Duca ordinava: “Se intanto che Michele starà assente ti paresse di mettere là Giovanni da Piacenza, fa come ti pare e avvisaci di quanto si farà alla giornata”. Cioè giorno per giorno, come si fa per gli questioni importanti.

I personaggi sulla scena

Il Michele Colli che risultava sospettato non era un personaggio qualsiasi. Era un grosso commerciante di cereali ma anche il fratello del dottor Gerardo Colli, un alto funzionario ducale che più avanti diventerà perfino Ambasciatore dello Sforza a Venezia. E da pochi mesi era stata mandato a Pozzolo proprio con il compito di combattere il contrabbando, possibilmente meglio di quanto aveva fatto il suo predecessore. Si era dato molto da fare, tanto che il Duca aveva dovuto intervenire[31] personalmente per chiedergli di non tartassare troppo gli uomini di Novi, soggetti al Doge di Genova che egli desiderava tenersi alleato.

Nemmeno l’Attendolo era un personaggio qualsiasi: Michele Attendolo detto Micheletto, dei conti di Cotignola, era cugino paterno di Francesco Sforza e fino a poco tempo prima era stato un grande Capitano di ventura, così grande da figurare al centro di una gigantesco quadro[32] che Paolo Uccello dipinse sulla Battaglia di San Romano (1432). Era già stato anche un protagonista della famosa battaglia di Anghiari (1440). Era insomma un personaggio di grande spessore, che la Pace di Lodi del 1454 e la grave età avevano messo definitivamente a riposo con l’assegnazione del feudo di Pozzolo.

Non accadeva spesso che un feudatario andasse a vivere nel proprio feudo, considerato di solito una pura fonte di reddito; ma avere un uomo di fiducia che risiedesse in quel paesone quasi agli incerti confini con Genova e così vicino all’irrequieta Novi, interessava molto al Duca di Milano. Così il cugino Micheletto aveva lasciato il mestiere delle armi e si era trasferito a fine 1454 a vivere nel Castello di Pozzolo, risistemato dal capitano Bartolomeo Colleoni, dove lo aveva preceduto la moglie Isabella da Diano[33]. Con loro erano venuti anche i figli Raimondo e Pietrantonio, già attivi uomini d’arme, il minore Giacomo e la figlia Lucrezia.

 

“Un porcile disfatto” ma anche “luogo di cacciagione”

Ma il nuovo feudo, visto nella realtà e per giunta nel cuore dell’inverno, si era rivelato una gran delusione. Lo sappiamo dalla prima missiva[34] che donna Isabella mandò da Pozzolo al potente Segretario ducale milanese Cicco Simonetta: “Poi che io giunsi qua, più fiate ho mandato a cacciare per potervi visitare [omaggiare] di qualche selvaggina, come il debito mio richiede ritrovandomi in questo luogo, qual è luogo de cacciagione; ma fin ad ora non ne ho potuto avere ventura [fortuna] come desideravo”. Isabella mandava a Milano quel poco che i cacciatori avevano trovato ma approfittò dell’occasione per lamentarsi: “Io sono certa che se VS fosse stata informata delle condizioni di questo luogo, che è un porcile disfatto, mi avreste fatto provvedere di altro”.

Dopo lo sgombero delle truppe di Colleoni, infatti, Pozzolo sembrava ridotto tanto allo stremo che donna Isabella si diceva certa che “da qua a un anno non siamo per cavarne alcun frutto”, in quanto “questi uomini non hanno da vivere” nemmeno per loro; anzi “una gran parte di essi sono per partirsi”, migrando in cerca di miglior futuro. Due giorni dopo, la raggiungeva a Pozzolo il marito Micheletto, e anche lui scrisse[35] per ringraziare il Simonetta di “essere stato favorevole in farci avere questo luogo”. Poi Micheletto, che si firmava “Conte di Cotignola”, scrisse[36] anche al cugino Duca: “Sono otto giorni che son venuto in questo luogo che VS s’è degnata donarmi, il quale luogo ho carissimo”, assicurava; però avvisava che Pozzolo per il momento gli sarebbe stato soltanto “di spesa, senza niuna entrata”.

Un suo eventuale coinvolgimento nelle vicenda che stiamo ricostruendo va visto in questa ottica cioè come una scappatoia per realizzare qualche guadagno extra, in attesa che il feudo di Pozzolo ricominciasse a rendergli quanto gli avevano fatto sperare.

 

E’ luogo buono, dilettevole e fertile

Lo Sforza aveva cercato di consolare[37] il parente poco riconoscente che si lamentava : “L’avete trovato assai in disordine per le guerre che sono state di là ma, da quest’anno in avanti, ne riceverete diletto e piacere e buon godimento perché è luogo buono, dilettevole e di buona utilità e fertile”. Poi a metà del 1457 il Duca gli aveva scritto[38] un po’ scocciato per il fatto che, malgrado gli avesse ordinato di consegnare al Capitano del divieto l’Urbano Bianchi di Novi accusato di contrabbando, quella consegna non aveva avuto luogo anzi pareva[39] che “quei bovi e il carro di biada che furono tolti a Urbano Bianchi” fossero finiti proprio nelle mani dei figli di Micheletto, cosa certamente non prevista dalla legge.

Il Duca era abbastanza adirato perché nel frattempo era intervenuto in favore del novese Bianchi proprio il suo diretto signore Pietro Fregoso, che in quel momento era anche Doge di Genova e che era meglio non urtare per una questione così banale. Ma la risposta[40] del Capitano dei divieto non lasciava speranze. Impossibile restituire a Bianchi il carro sequestratogli, dato che il tutto era già stato “venduto all’incanto e spartito il bottino fra quelli che aveva partecipato” al sequestro. Poco dopo il Podestà di Pozzolo veniva convocato[41] urgentemente a Milano, seguìto[42] da un armigero di Micheletto. Nell’agosto 1457 il Duca venne[43] addirittura di persona nell’Oltrepò con la scusa “di pigliarsi alcuni piaceri così di levrieri come eziandio di falconi e di astori”.  Non è escluso che in quella occasione lo Sforza abbia incontrato il parente Micheletto e che le cose siano state sistemate bonariamente.

Micheletto risultava[44] debitore di 800 ducati verso il gentiluomo veneziano Marco Cornaro nonché di “una certa quantità[45] di denari” verso Giovanni da Tolentino, e in entrambi i casi il cugino Duca lo aveva invitato ad onorare i debiti.

Violenza carnale nella Fraschea

“Un genovese partendosi da Alessandria con una sua donna e andando verso Genova, fu assaltato da un famiglio di Antonio Trotti e da un famiglio di Ventura da Montesicardo, Capitano del divieto di Alessandria e, dategli delle bastonate, gli tolsero le sue robbe e denari e violata la donna, usarono con lei carnalmente”. Così il Duca di Milano scrive di aver appreso al suo Commissario dell’Oltrepò, ordinandogli di “drizzare un paio di forche nel luogo dove hanno fatto questo eccesso e vi siano appiccati per la gola” (ASMi Missive 34. Milano, 15 settembre 1457). Ma poi il famiglio del Trotti dichiara che è stato un alessandrino a incaricarlo “di pigliare questa donna, che dice non essere mogliere di quel genovese ma femmina [pubblica], e che era mal trattata da lui che dàvale delle botte e che voleva tornare a Borgoglio, in casa della suocera di questo Antonio, donde era partita”. Per questo, i due tipetti “gliela tolsero, senza che le facessero violenza né disonestà alcuna né che usassero carnalmente con lei”. Infine la donna è stata liberata da soldati “del signor Michele [Attendolo] e condotta a Borgoglio in casa della suocera”. Una settimana dopo, il Duca riceve un messaggio dal suo Commissario: “Per mancamento del boia, che non ho trovato”, è stato lui stesso ad impiccare il famiglio di Ventura”. “Hai fatto molto bene ad impiccarlo tu stesso”, lo loda il Duca, “e ti commendiamo solamente di quello che hai fatto”; quanto al famiglio di Antonio Trotti, il quale giura “che non ha conosciuto carnalmente detta femmina” (malgrado il suo socio sostenesse il contrario), gli si diano altre due strepate di corda e poi lo si rilasci se non confessa. (ASMi Missive 34. Milano, 22 settembre 1457).

56 pagine di interrogatori

Che cosa c’era nelle 56 pagine di documenti che arrivò da Milano a Tortona? Abbiamo cercato di riprendere le parti essenziali perché il testo integrale sarebbe troppo noioso, come noiosi sono i testi delle tante intercettazioni che dilagano sulla stampa attuale. Più illuminanti sono invece certe espressioni usate dai testi oppure l’accenno a luoghi e situazioni ancora riconoscibili oppure le frasi gergali spontanee che talvolta i testi usano. Interessanti poi sono nomi e cognomi. Alessandro de’ Bonaconti di Pisa, Podestà di Pozzolo, aveva assunto da una trentina di testimoni sotto giuramento le informazioni che qui abbiamo sintetizzato:

► Mastro Donato da Milano, abitante a Pozzolo Formigaro, richiesto se sa di alcuna frode commessa dal commissario Michele Colli, risponde sotto giuramento che cinque persone si sono messe in società per comprare grano in paese e farlo condurre a Novi. Sono: lo stesso Colli, GianGiorgio Cavanna di Novi (scrivano del Commissario), un certo Matteo da Cairo di Novi, Gasparino Conte di Novi e lo stesso teste. La società funziona così: Donato compra il grano a Pozzolo, lo fa portare dal mulattiere Pietro da Cremona al Mulino[46] del Manuele, con una bolletta del Commissario; poi, dal Molino, Matteo da Cairo e Gasparino Conte prendono il frumento e lo portano a Novi e, una volta vendutolo, consegnano il ricavato a GianGiorgio Cavanna oppure al Commissario. Il guadagno se lo dividono fra loro cinque alla pari.

► Pietro da Cremona, il mulattiere appena citato, conferma che Donato da Milano gli dà il grano da portare al Molino del Manuele con la scusa di macinarlo; poi lui, con una bolletta del Commissario lo porta al Molino a dorso di mulo. Considerando che Donato non poteva avere tanto grano, dopo un po’ il teste gli ha chiesto di chi fosse e Donato gli ha risposto: “In questa società siamo cinque soci: uno sono io, poi Matteo da Cairo e Gasparino Conte ambedue di Novi, GianGiorgio Cavanna di Novi” più un altro che non volle nominare; ma lui crede che sia proprio il Commissario, il quale rilascia le bollette e non fa controllare che quel grano sia effettivamente trasformato in farina, come invece fa con gli altri Pozzolesi. Il teste aggiunge di aver portato al mulino 4 sacchi e mezzo di grano, che poi aveva portato a Novi. Sempre a Novi, per ordine del Commissario, ha portato 2 salme di biada da cavallo e un sacco di frumento.

► Melchione Bianchi di Voltaggio fa il mugnaio al molino del Manuele; dichiara che mastro Donato da Milano gli ha ordinato che il grano portato da Pietro da Cremona doveva consegnarlo a Matteo da Cairo e a Gasparino Conte di Novi, che sono in società con lo stesso mastro Donato, ma non sa se questa società comprenda altri. Il grano portato al molino potrebbe essere circa 27 sacchi nell’ultima quindicina e quello portato a Novi circa 13 sacchi.

►Giuliano de Cellere dichiara che nei giorni precedenti un certo Beltrame Cavanna di Novi  aveva 2 sacchi di biada da cavallo in casa di Giacomino Remolti  e chiese al teste se poteva portali a Novi con la licenza del Commissario, che avrebbe mandato il suo garzone in signum licentie concesse. Non sa se il Commissario ha fatto portare altra biada a Novi ma certamente ne fece portare 8 sacchi fuori dalla porta di Pozzolo nell’aia di Donato da Milano, anche se non sa che cosa ne abbia poi fatto.

► Lorenzo de Gandis dichiara che nei giorni scorsi mentre era vicino alla porta del paese, il Commissario lo chiamò e gli disse in segreto: “Lorenzo, quando andrai a seminare la terra che hai vicino al castello di Gazo?”, e Lorenzo gli rispose: “Non so quando. Che volete?”. E allora il Commissario gli aveva detto. “Quando andrai a seminare fammelo sapere perché voglio fare un favore ad un amico”.

Viene fatto un elenco di coloro che hanno avuto dal Commissario il permesso di portare fuori da Pozzolo frumento e altri cereali. Essi sono:

-        Antonio Mastracci, Francesco Griferio e Zanetto de la Sorbeta, tutti di Gazo, ariatores di Zanotto di Grondona, che gli ha dato 8 mine di frumento; lo hanno portato via col permesso del Commissario, pagando 2 soldi per staro

-        Bartolomeo e Ubertino de Rigordio, tutti e due di Gavi, ariatori di Bartolomeo de Gandi, che hanno portato via 9 mine di grano e 5 stari di segale, pagando 1,5 soldi per staro

-        Lorenzo e Leonardo di Gavi, ariatori di Remolto dei Remolti, che hanno portato via 6 mine di frumento e stara 5 di segale

Seguono altri cinque ariatores.

Dieci giorni dopo, altre informazioni vengono prese da Antonio de Rangoni, che è il Vice del Commissario dell’Oltrepò Giorgio d’Annone. Il verbale dice testualmente che si sta ricercando “la verità che il Duca vuole avere contro Michele Colli”:

► Matteo Pastore: con licenza del Commissario ha portato 9 sacchi di grano da Pozzolo in Frascheto, di cui 6 erano “de brazata” di un certo Tommaso da Novi e gli altri 3 il Commissario li mandava a Novi “pro faciendo pane” per sé. Ha anche portato 9 grossi sacchi di grano a macinare al mulino del Manuele ma proprio in occasione di quel trasporto, il Podestà di Pozzolo ha arrestato lui e il suo servo, che infatti si trova ancora in carcere

Tre giorni dopo, altri interrogatori davanti al Podestà di Pozzolo, Pietro da Cremona:

► Pietro da Cremona, ripete quanto detto due settimane prima. Aggiunge di aver sentito un alterco in casa del Colli, che disse: “Non mi interessa il guadagno purché abbia i miei denari”

► mastro Donato da Milano, detto ‘di Argenta’, abitante a Pozzolo,viene di nuovo interrogato a piede libero. Dichiara che due mesi fa, mentre era in casa del Commissario di Pozzolo, un certo GianGregorio Cavanna, suo parente, gli ha detto: “Vediamo di guadagnare qualcosa. Io sono lo scrivano del Commissario”. Lui rispose: “Non voglio occuparmi di queste faccende perché sono cose pericolose”. Tre giorni dopo, sempre in casa del Commissario, il Cavanna lo sollecitò ancora a voler guadagnare qualcosa sul grano; e lui non volle sentire ragioni. Ma una terza volta, presente il Commissario e in casa sua, il Cavanna lo sollecitò ancora. Fu così che si decise ad entrare in quella società, dicendo che avrebbe trovato altri soci fidati a Novi. E proprio quel giorno, lui e il Cavanna andarono a Novi e fecero un accordo con Matteo del Cairo e con Gasparino Conte, che dovevano venire entrambi a prendere la farina al mulino. I soldi per comprare il grano li ebbe dal Commissario e dal Cavanna; comprò 22 sacchi di grano e li mandò al Molino su un asinello mediante Pietro da Cremona. La farina fu poi portata a Novi e lì Matteo e Gasparino ebbero la metà del guadagno.

► Bentivegna di Romagna fu Oldrisio, armigero della squadra di PietrAntonio Attendolo. Dichiara che ben vedeva gli atti, i mormorii e le trame riguardanti il Colli, contrari agli ordini da lui ricevuti per combattere il contrabbando, e perciò sospettava che fosse lui a permettere gli sfrosi di grano. Il Cancelliere del Colli, cioè il Cavanna, gli aveva detto che il grano si vendeva bene nel Genovesato: “Perché non cerchi di guadagnarci qualcosa?”, gli aveva suggerito, e lui gli aveva risposto: “Ho paura del Commissario”. E allora  Cavanna replicò: “Fidati di me, il Commissario Colli può ordinare alle sue guardie che non dicano niente”.

► Pietro Giovanni da Cotignola[47] fu Bettuccio, altro armigero dei fratelli Attendolo, dichiara che il Cancelliere del Colli, suo compare, gli disse: ”Vorrei mandare 4 o 5 sacchi di grano da seminare a Gazo, territorio genovese”. Lui gli rispose: “Compare, farei tutto per voi, tranne questo”. Al che il Cancelliere gli replicò: “Compare, portatelo perché il Commissario è d’accordo”. E così lui accettò. Un giorno che era nella camera del Podestà di Pozzolo, sopraggiunse il Cancelliere e disse loro: “Voi Podestà e tu Pietro Giovanni, venite dal Commissario ché abbiamo una buona notizia”. Andarono dal Commissario e lì il Cancelliere disse:”Voi Commissario e Podestà giurerete sull’anima vostra di essere fedeli l’uno all’altro” e così giurarono nelle mani del Cancelliere.

► Alessandro Bonaconti di Pisa, Podestà di Pozzolo, dichiara che GianGregorio Cavanna, scrivano del Colli, gli disse: “Il Commissario afferma che ha sentito dal Duca nostro che voi Podestà avete commesse molte frose di grano e ha ordinato di sorvegliarvi affinché non ne commettiate altre. Ma il Commissario vuole esservi amico e vi consente di far portare grano dovunque e a chiunque vorrete. E lui stesso metterà a disposizione i mulattieri e farà aprire le porte a vostra richiesta ed è contento che ne teniate le chiavi, se volete, per fare meglio trasportare il grano”. La stessa ambasciata il teste la fece a mastro Donato da Milano, maniscalco.

► Pietro Primo di Novi conferma che il giorno di S. Michele un certo Zanino Bovone gli chiese sulla piazza di Novi se voleva condurre un carro di farina che aveva al mulino di Facino Ponzano e lui gli aveva risposto di sì, purché gli desse 3 soldi per sacco; poi andò al mulino e lì vide sacchi così grossi che rifiutò di caricare sul suo cavallo. Aggiunge che il Podestà di Pozzolo era andato al mulino insieme a 5 guardie a cercarlo; lui allora non era al mulino e perciò il Podestà se ne andò lasciando lì le guardie che, non appena egli giunse al molino, lo trascinarono dal Podestà, che lo mise ai ferri per due ore, poi se lo fece portare in ufficio e lo interrogò su chi aveva portato al mulino il grano di Matteo Pastore. Lui rispose che non lo sapeva, e il Podestà: “Non sono stati forse mastro Donato da Milano e Pietro da Cremona che hanno portato quel grano per ordine del Commissario?”. Lui rispose di no e che non conosceva il Commissario. Allora il Podestà, mentre tutti erano usciti dall’ufficio, gli disse:

-        “Non vuoi guadagnarti dieci ducati?” . Lui rispose:

-         “Volentieri, perché ne ho bisogno”.

E il Podestà disse:

-         “Tu non vuoi dire la verità. Ti darò tante strappate di corda che dirai la verità”.

Lui ribatté:

-         “Voi fate male, perché non sono suddito vostro”.

E il Podestà:

-     “Ti farò dire la verità, tu sai tutto contro il Commissario”.

Quando fu rilasciato, sentì il Podestà che parlava col notaio Giacomo Chianino, che voleva prestare fidejussione per il carcerato Pietro da Cremona, e gli diceva: “Voglio una fidejussione di 200 ducati”; al che Chianino rispose: “Non ci sto perché né la sua roba né la mia valgono tanto”. Allora il Podestà gli obiettò: “Vai tranquillo perché stiamo investigando non contro gente di Novi o di Pozzolo ma soltanto contro il Commissario Colli”. Uscito da lì, incontrò per strada il signor Micheletto Attendolo che veniva a Pozzolo, a cui disse:

-         “Il Podestà fa male ad arrestare noi”, e allora Micheletto gli disse:

-        “Il Podestà non agisce contro voi di Novi né di Pozzolo ma agiamo contro quel poltrone del Commissario Colli, che faremo impiccare per la gola”.

► Melchione Bianchi di Novi, mugnaio. Ricorda che Matteo Pastore e Giacomo Girardengo gli chiesero che lasciasse portare un carro di grano dal Molino fino a Novi ma lui rispose:

-         “Non voglio che il grano esca dal mulino se non come farina”. Il Girardengo gli obiettò:

-         “Bada a quel che fai; quel grano è del Commissario di Pozzolo”.

 

► Finalmente viene chiamato a deporre Michele Colli, che si difende: “Non bisogna dare alcuna fede ai testi, per molte ragioni: il Podestà, come lei sa, è mio espresso nemico. Lo stesso vale per il figlio del Podestà”. Colli chiede che sia interrogato Gasparino Conti e gli si chieda cosa avvenne quando è stato interrogato se fosse socio del Podestà, e lui si rifiutò di rispondere e di dire le menzogne che si pretendevano da lui. In quella occasione, il Podestà sbottò:

-         “Almeno, se non vuoi giovarmi, non cercare di fregarmi”.

E Gasparino gli chiese:

-      “Che cosa volete da me?”.

-      “Voglio che stia fuori di qua in modo che non possa deporre”.

 

► Pietro Gallo fu Giovanni di Novi. E’ bubulco di Matteo Pastore di Pozzolo e in estate mentre Tommaso Carnevale e Giovannino Bovone entrambi di Novi, ariatori di Matteo Pastore, suo padrone, avevano guadagnato una certa quantità di grano con l’accordo che Matteo dovesse far portare le loro “bracciate” a Novi con un permesso, e una mattina Carnevale e Bovone caricarono il carro di Matteo Pastore nel Castello di Pozzolo e, aperta la porta del Castello, vennero all’aia di Matteo, dove il teste dorme e tiene i bovi, e quando furono lì, dissero a Pietro:

- “Alzati, Pietro, e attacca i buoi e vieni con noi a casa di Matteo e lì troverai il carro carico di grano e lo porterai a Novi, quel grano è delle nostre bracciate”, e così fece. Lui pensa che il grano, in tutto 8-9 sacchi, fosse trasportato con il permesso del Commissario ma non vide la bolletta. Alla festa di S.Michele, mentre scaricava del mosto, il suo padrone gli disse: “Scarica e poi porta i bovi all’aia e va a dormire, e domani mattina vieni ché troverai il carro caricato di grano da portare al molino del Manuele”. Infatti al mattino andò in Castello  e trovò il carro carico di grano. E il suo padrone gli disse: “Va al molino con il carro e consegna il grano e dì al mugnaio che non lo macini senza mio permesso”. Lui eseguì e consegnò 9 sacchi di grano. Il mugnaio gli disse che allora non aveva acqua abbastanza per macinare ma l’avrebbe avuta in un paio di giorni. Venerdì e sabato andò a seminare le terre del suo padrone, il quale la domenica andò al molino e chiese al mugnaio: “Quando hai intenzione di macinare il grano che ti ha portato il mio servo? Ti manderò pane, vino e carne come è l’usanza”; ma quello stesso giorno il Podestà fece arrestare il teste e lo tenne ai ferri domenica e lunedì; martedì se lo fece portare, gli tolse i ceppi e gli chiese di chi era il grano portato al molino. Lui naturalmente rispose che era del suo padrone. “Tu menti, perché è del Commissario. E te lo proverò”, e lo rispedì in cella con i ceppi e ve lo tenne per 18 giorni. Un certo Teodoro Bianchi di Novi, amicissimo del teste e compadre del Podestà di Pozzolo, venne al carcere e gli disse in presenza del Podestà: “Tu devi dire la verità su chi è il padrone del grano che hai condotto al molino”. Lui rispose: “E’ di Matteo Pastore, mio padrone, come ho già detto”. Allora il Podestà sbottò:

-         “Starai in carcere tanto tempo finché dirai la verità e ti pentirai”.

Un’altra volta venne il suo amico Bozo Bianchi di Novi insieme al Podestà e si ripeté la stessa scena. Finalmente giovedì scorso il Podestà lo ha scarcerato e lasciandolo uscire gli disse: “Domani verrai a Pozzolo e sabato andremo da Giorgio d’Annone a Tortona”.

► Marchione Bianchi, di Voltaggio, molinaro nel mulino del Manuele, conferma che mastro Donato da Milano fece portare circa 20 sacchi di grano in più volte da Pietro da Cremona e gli disse che la farina era a disposizione di Gasparino Conte e di Matteo del Cairo, e perciò lui diede 12 sacchi di farina ai due, che la portarono a Novi, mentre il resto del grano, 7 sacchi, lo ebbe Viva da Cotignola. Conferma che il Commissario di Pozzolo andò al suo mulino e gli chiese: “Cosa ne hai fatto dei 4 sacchi di grano che ho fatto portare da Pietro da Cremona?”. Lui obiettò che era da poco tempo al molino e il Commissario rispose: “Ti manderò Pietro da Cremona, che ti informerà dei miei 4 sacchi di grano”. Più tardi Viva prese 2 sacchi e Micheletto Attendolo altri due sacchi della farina, che il Commissario aveva ancora al molino.

► Giovanni Scotti fu Giacomo, di Pozzolo. Mentre si trovava in Val Borbera era stato chiamato a Pozzolo da Micheletto Attendolo, che gli aveva detto: “Vai a Tortona e lì troverai il nostro Podestà e farai quel che ti dirà”. Andò a Tortona e nella chiesa dell’Abbazia di S.Stefano il Podestà, minacciandolo di vietargli di tornare a Pozzolo, gli chiese se sapeva qualcosa dei contrabbandi del Commissario. Lui rispose che non ne sapeva nulla. E il Podestà: “Vedo che non vuoi dire la verità!”. Aggiunge che non bisogna dar fede a Donato da Milano, che è un uomo vile e poverissimo nonché famulo del Podestà, e addirittura è andato in giro a sollecitare altri testi a deporre contro di lui. I quali testi sono vili persone, subornate con preghiere e minacce.

Seguono i “Capitoli che intende provare il Podestà di Pozzolo sulla lite che ha con il Commissario”:

1) Giacomo Girardengo, incantatore del dazio della gombeta sul grano di Novi andò da Melchione Bianchi e da Francesco de Pegnis, partecipi degli introiti del molino del Manuele e disse loro: “Nel vostro mulino ci sono 9 sacchi di grano. Siete contenti che lo possa far portare a Novi in frumento ?”. E allora Melchione e Francesco risposero che non volevano consentire.

2) Pietro Prinus si accordò con Giovanni Bovone perché portasse quei 9 sacchi dal Molino a Novi per due soldi e 6 denari al sacco sia in frumento sia in farina e, quando Pietro chiese a Giovanni se poteva portarlo senza rischi, Giovanni gli rispose: “Ti darò la licenza del Commissario di Pozzolo e se ti imbatterai in qualcuno, dirai che è il grano della moltura”, e così gli diede una bolletta sigillata col timbro del Commissario e firmata dallo stesso Commissario.

3) GianGregorio Cavanna, Matteo del Cairo de Peregrini e Gasparino Conte de Peregrini si intendevano con il Commissario di Pozzolo per portare il grano da Pozzolo a Novi.

 

Interrogatorio da fare a GianGregorio Cavanna da parte del Podestà di Pozzolo:

1)     Se GianGregorio andò dal Podestà e gli disse: “Ho una buona notizia per voi, venite a parlare con il Commissario” e così andarono dal Commissario, e GianGregorio disse queste parole: “Signor Podestà, non siete contento di mettervi d’accordo con il Commissario?”, e lo stesso disse al Commissario: “Non siete contento di accordarvi col Podestà di tener segreto quello che farete?”, e così entrambi risposero di sì e si scambiarono il giuramento.

2)     Se GianGregorio andò a casa del Podestà e gli disse da parte del Commissario che mandasse grano verso il Genovesato in quanto il Commissario era d’accordo

3)     Se GianGregorio andò dal Podestà e gli disse da parte del Commissario che era contento di dare metà di tutto il guadagno che avrebbe fatto sul grano portato fuori da Pozzolo.

22 novembre 1457, Novi

Informazioni assunte da Onofrio Borri, cancelliere di Giorgio d’Annone, sulla lite fra Michele Colli, Commissario del divieto a Pozzolo, e il Podestà di Pozzolo:

► Matteo del Cairo: mentre nel mese di settembre usciva da Novi per andare a Sant’Antonio di Viana chiese a Gasparino Conti di comprare certe mercanzie come fanno di solito i soci nelle mercanzie. Così Gasparino, mentre Matteo era assente, comprò da mastro Donato 7 sacchi di grano che erano nel molino del Manuele .

In casa di Teodoro Bianchi, presenti il teste e Gasparino, il Podestà gli disse: “Poiché non puoi giovarmi, almeno dì la verità!” e lui rispose: “Se dovessi perdere mille vite, dirò sempre la verità”. Una volta chiese a Donato: “Come fai a portare questo grano al mulino senza che il Commissario o il Podestà se ne accorgano?”. E Donato gli rispose: “Io lo faccio sapere a tutti e due e in questo modo vado tranquillo”. Il teste osservò: “Mi sembra una buona via, quando lo porterò dal molino a Novi, lo faro portare da persone fidate”. Non ha mai fatto una società con il Commissario per condurre grano fuori dal territorio ducale.

► GianGregorio Cavanna: nega di avere mai fatto società con il Commissario, mastro Donato, Matteo e Gasparino. Ma è vero che Matteo, Gasparino e Donato avevano una società. Ha portato 22 sacchi di farina, di cui il Commissario non sapeva niente. Conferma che il Commissario disse a Pietro da Cremona: “Vai al mulino e dì al molinaro che accetti il mio grano perché voglio farne farina per mio uso”. Il teste gli aveva osservato: “A che serve gridare? È meglio per voi avere la farina a Novi che non al mulino perché se la volete vendere guadagnerete il 30% in più di quanto valga a Pozzolo Formigaro”, e allora il Commissario: “Non voglio fare questo guadagno ma voglio che questo grano vada al molino per macinarlo per uso mio. E ora va al molino e dì al molinaro che voglio avere il mio grano perché non mi interessano questi guadagni. Altrimenti vado con le mie guardie e gli metto per aria il molino”.

Conferma che era assillato dal Podestà perché tessesse un accordo fra Podestà e Commissario; lui andò dal Commissario e gli chiese se voleva accordarsi col Podestà. Glielo chiese non una ma dieci o venti volte. Il Commissario gli rispose: “Che cosa vuoi che faccia? Lasciami fare il mio lavoro e lui faccia il suo e in questo modo le cose marceranno bene”. Il teste gli osservò: “Non c’è bisogno che siate così rigido” e il Commissario: “Che vuoi che faccia?”. Il teste: “Che danno vi può fare accordarvi con il Podestà seguendo l’istruzione mandata dal Duca?”. E il Commissario:”Purché non debba trasgredire, sono contento di accordarmi col Podestà e con chiunque voglia comportarsi onestamente. Ma se ha intenzione di sfrosare e contravvenire alla legge, non voglio saperne nulla e non me ne parlare nemmeno, perché la mia intenzione é di osservare gli ordini del Duca”.

- Il teste: “Il Podestà non ha intenzione di sfrosare, per quel che posso comprendere. Piuttosto mi ha detto che, essendo d’accordo con voi, non sarà necessario per voi fare sorveglianza, perché ci penserà lui”.

- Il Commissario: “Cosa vuole da me?”. Lui disse che il Podestà voleva avere metà delle entrate relative alle licenze delle bracciate.

- Il Commissario: “Vai, sono contento di mettermi d’accordo. Ma alla fine vedrai che mi vuole ingannare, perché vorrà sfrosare e io non sarò d’accordo”.

- Il teste: “Lo vedremo presto”, e così uscì dalla casa del Commissario e andò dal Podestà, che gli chiese: “Come procede la cosa?”. E lui: “Buone nuove, ho tanto pregato il Commissario che è contento di accordarsi con voi, a patto che vengano osservati gli ordini ducali”. Il Podestà: “Per me va bene”, e subito i tre andarono dal Commissario e si misero a sedere. Il teste disse: “Podestà e Commissario, il vostro gran difetto è di non sapere vivere e intendervi fra voi. La vostra discordia ingrassa i contadini e danneggia il Duca. Perciò vi esorto e prego che dimentichiate il passato e in futuro vogliate vivere fraternamente. Voi, Commissario, non volete accordarvi con il Podestà e dargli metà del guadagno delle licenze delle bracciate avendo il consenso del Duca di poterlo fare?”.

Il Commissario: “Ci sto a vivere d’accordo col Podestà e dargli metà del guadagno, a condizione che riguardo ai contrabbandieri chi più può, si dia da fare affinché si esegua la volontà del Duca”. E allora il teste disse al Podestà: “Io sono contento di bene vivere con il Commissario e mi darò da fare perché le sfrose non vengano commesse”. E così Podestà e Commissario giurarono in mano del teste, dopo di che il Podestà e il teste se ne andarono dalla casa del Commissario.

28 novembre 1457

►Pietro da Cremona viene interrogato per strada fuori Novi da Onofrio, cancelliere; ammette che a Novi lui fece fare società con Matteo e Gasparino: “Noi ci guardavamo dal Commissario come dal fuoco”, e la società fu fatta prima che lui andasse a stare con il Commissario. Lui e Donato hanno guadagnato 12 libre di Milano. Prima che lui andasse a stare col Commissario, Bentevegna gli chiese: “Portami del grano a Gazo o a Novi e io vi pagherò, perché ora è tempo”. Il Commissario tutti i giorni rincorreva i frosatori. Sentì il Commissario che diceva al Podestà: “Signor Podestà, di quelle 1400 lire chiesti dal Duca non fate alcuna resistenza  a preghiera di questi villani, perché farò in modo che si riducano a 1200 e anche a 1000, e poi dividete fra di loro. E il Podestà aveva risposto: “Non mi voglio impacciare di niente per questi villani. Se il Commissario mi lascia fare e vuole darmi retta, in pochi giorni gli metterò in tasca 200 o 300 lire”.

► Gasparino Conti de Pelegrini: nel molino del Manuele gli furono presi 7 sacchi di grano che gli aveva venduto Donato di Argenta e fu catturato dal Podestà, da Viva da Cotignola e dalle guardie del Podestà. Lui fu fatto prigioniero perché testimoniasse contro il Podestà. Un giorno, mentre era in una chiesa di Novi, Donato gli disse: “Vieni a Pozzolo che ti farò restituire il tuo grano” ma lui rispose: “Cosa vuoi che venga a fare a Pozzolo?”. E allora Donato:”Se non vuoi venire, scrivi a qualche tuo amico che lo ritiri per conto tuo”. Lui obiettò che non voleva il grano ma i denari che aveva sborsato. Mentre lui era in casa di Teodoro Bianchi insieme al Podestà, e a Teodoro e Marchione Bianchi, il Podestà gli disse dopo molte discussioni: “Taci, non dire più niente”, e lui: “Tacerò se il Doge di Genova non mi costringerà a parlare ma voglio capire come procedono i fatti miei”, e allora il Podestà gli disse: “Ti prometto e sta sicuro che non perderai il grano tuo”. E Teodoro Bianchi: “ Ti promettiamo che ti faremo restituire il grano che ti è stato preso”. Il teste disse:”Fatevi i fatti vostri”, e non accettò quella promessa. Il Commissario non gli ha mai parlato se non una volta che lui faceva colazione con un mercante di drappi; non sa nulla della società, e quel che faceva con Donato, lo facevano senza che il Commissario sapesse niente, e si guardavano da lui.

Mastro Donato è un pubblico sfrosatore e vive di contrabbando e lo ha defraudato vendendogli del grano e facendolo poi catturare.

Come faccio a portare questo grano?

Informazioni assunte da Onofrio Borri, cancelliere di Giorgio d’Annone, da alcuni testi citati da Roffino di Regalza, messo del Comune di Novi:

▼ Marchione Bianchi di Novi dichiara che Giacomo Girardengo gli giurò sul Vangelo che quei 9 sacchi di grano che erano nel mulino erano del Commissario. Pietro Prino si accordò con Giovanni Bovone e gli disse se voleva portare quei nove sacchi di grano dal mulino a Novi e Pietro gli rispose di sì purché si accordassero sul prezzo, che accordarono in 2.5 soldi per sacco; poi Pietro disse: “Come faccio a portare questo grano ché se mi trovano le guardie le cose si mettono male?”, e allora Bovone disse: “Io ti darò una licenza fatta dal Commissario; tu dirai che si tratta del grano di moltura, come dice la licenza”, e infatti gli diede una licenza col sigillo del Commissario. Tuttavia non portò il grano perché fu catturato nel molino da Viva di Cotignola

▼ GianGregorio de Cairo, Gasparino Conte e Matteo del Cairo più un altro di Pozzolo di cui non si ricorda il nome. Mentre era su un’aia a Pozzolo gli diedero 8 stara di grano ma lui non poteva portarlo fuori dal paese: “E’ necessario che tu ti accordi con il Commissario e con GianGregorio come faccio io. Ma non andare a dirlo in giro perché la prenderebbero a male”. Allora lui andò a parlarne con GianGregorio ma non lo trovò perché era andato a Gazo e così tornò a Novi. Un giorno mentre era in piazza a Novi vide alcuni che venivano da Pozzolo con tre asini carichi di grano e andavano a Gavi. Chiese a uno di loro: “Questo è grano della tua bracciata?” e quello rispose di sì. Il teste: “Come hai fatto a estrarlo da Pozzolo?”. “Ho dato 2 soldi per staio al Commissario e mi ha fatto la licenza”. Il teste: “Io ho a Pozzolo un po’ di grano. Credi che mi farà una licenza?” e l’uomo: “Credo di sì, come ha fatto a me”.

23 novembre 1457

Pietro Prino fu Giovanni. Nel giorno di San Michele,  Giovanni Bovone lo incontrò sulla piazza di Novi e gli disse: “Vuoi andare a prendere certi sacchi di farina che ho al lumino?”, e il teste: “Andrò se mi paghi”. “Quanto vuoi?”. “Mi devi dare 3 soldi per sacco perché è tempo di seminare”. Ma Bovone gli voleva dare soltanto 2 soldi e 6 denari per sacco. Allora lui disse: “Andiamo a vedere questi sacchi”. Andò a mulino e chiese al molinaro: “Quali sono i sacchi di Bovone?”. “Sono questi”. Lui gli diede una pedata ma si accorse che erano così grossi che non volle caricarli sul suo cavallo. Ma prima che andasse al molino, Bovone gli aveva dato una bolletta dentro una borsa, dicendogli: “Questa è la bolletta per portare la tua moltura”.

► Giacomo Girardengo fu Nicola di Novi. Fa l’incantatore del dazio della gombeta cioè  preleva per ogni mina di frumento forestiero condotto in Novi una gombeta (1,214 litri) e mezza. Mentre una volta Francischello de Avondani gli stava parlando di grano che era nel molino, il teste gli disse: “Il grano nel molino è del Commissario” ma intendeva parlare del Commissario di Novi.

► Giovanni Bovone di Novi. Non si è mai accordato con Pietro Primo per portare 9 sacchi di grano dal mulino del Manuele. A Novi non si trova una sola persona che parli bene di Melchione Bianchi. Di lui si dice che intrallazza col Podestà di Pozzolo.

Melchione e Teodoro Bianchi sono amici del Podestà. Lui lo sa perché è stato due anni a Pozzolo e li ha visti conversare insieme.

Ho consumata la vita e scorticati i cavalli

Non si sa quale sia stato l’esito pratico di questa valanga di interrogatori, condotti da giudici diversi. L’impressione che se ne ricava è di una notevole confusione ma anche di qualche tentativo di evitare che la verità venga a galla. Qualche tempo dopo, è lo stesso commissario Colli (che si dichiara ancora “iniquamente accusato di frose di grano da Viva”) a ricostruire la sua vicenda in una lunga lettera[48] al Duca di Milano. Questo documento è purtroppo rovinato in due angoli e non può essere decifrato integralmente. Il Colli, dopo avere ricostruito le accuse rivoltegli, ricorda di essere stato “subtilmente ricercato[49] delle imputationi” rivoltegli e di avere “speso e consumato la vita e lo fiato, et scortegato li cavalli per lo continuo cavalcare, ora a Tortona, ora a Novi, ora a Genoa, ora ad Alessandria et alle volte anche a Milano” per seguire quell’inchiesta che non finiva mai. “Finalmente”, dice il documento, Colli “è stato assolto dalle inique accuse di Viva da Cotignola e del Podestà, con grande & detestabile loro vergogna e confusione”. Anzi i suoi accusatori sono stati condannati a pagare alla Camera ducale 100 fiorini ciascuno e a rimborsare 38 ducati d’oro per le spese sostenute dall’accusato, che sostiene di avere speso in realtà 150 ducati.

Il Podestà è mercante di simili novelle

Ma dopo quella sentenza, aggiunge Colli, il Podestà di Pozzolo “ha suscitato una nuova trama, come mercante di simili novelle, facendo saltar [fuori] un villano di Pozzolo ad incolpare uno che era stato famiglio” del Colli quando egli stava in paese. Questo famiglio era stato accusato di aver rubato al Podestà “una borsa nella quale erano ducati XIIII d’oro e una correggia fornita d’argento” e, con questa scusa, il rimborso dei 38 ducati dovuti al Colli era stato bloccato. Tutto questo, “per straccare” il Colli, “acciò che abbandonasse l’impresa contro il Podestà”. Lui però, dice che si farebbe turco piuttosto che arrendersi, e perciò ha fatto venire a Pozzolo il famiglio accusato ed alcuni testimoni, “a confusione del Podestà e del villano”, suo complice.

Risultato, anche questa seconda accusa è caduta. Ora il Colli ha chiesto il rimborso al Commissario dell’Oltrepò, il quale gli ha consigliato di rivolgersi direttamente al feudatario Micheletto Attendolo, in quanto il Commissario ha ricevuto ordine dalla Corte “di non impazarsi degli uomini del signor Micheletto”, forse per evitare altre complicazioni. Intanto “già è passato un anno che lui [Colli] è menato per strazi [lungaggini] e parole, consumandosi come la candela”. Chiede perciò che il Podestà venga convocato a Milano finché non avrà pagato quello che gli deve. Infatti più documenti[50] successivi ordinano ai Pozzolesi di pagargli alcuni arretrati dovutigli.

Due suoi nemici però hanno giurato di fare la pelle al Podestà “o in cammino ossia in Milano” e hanno già cercato di ammazzarlo una volta a Pozzolo “di notte tempo, e buttarlo in un pozzo”, scrive[51] ancora in sua difesa Micheletto, chiedendo che non sia costretto ad andare fino a Milano. Poi Micheletto si ammala[52] e la faccenda si prolunga. Guarito, chiede[53] al cugino Duca la grazia “di poter condurre a Serravalle una certa quantità di marzòla e un poco di frumento che ho avuto per il mio censo”.

Bonaconti, il Podestà di Pozzolo, viene convocato a Milano, ma Micheletto Attendolo interviene[54] ancora in suo favore: “Pare che sia stato infamato da alcuni frosatori perché ha discoperto i loro mancamenti molto disonesti”. Il Duca si degni “di dargli credula fede, perché non Le dirà bugie”, e soprattutto “gli dia spedito spacciamento, in modo che per colpa delle male lingue non abbia cagione di sovrastare là” a Milano “perché nelle parti di qua è di bisogno più per lo Stato di VS che per i fatti miei”.

Da spelonca di ladroni a Paradiso terrestre

Quando poi il suo Podestà finalmente va nella capitale, vi viene imprigionato sotto l’accusa “di avere furato gualdi, fieno e vino”, e Micheletto tornerà a difenderlo[55]: il Duca “non voglia prestare fiducia ai maldicenti”; il buon Podestà “è ito de dì e de notte per questo paese perseguendo i cattivi, in modo che dove questo paese era una spelonca di ladroni, ora è un paradiso terrestre”. E una settimana dopo insiste[56] ancora: “Si degni di dare spacciamento al mio Podestà, considerato che ne patisco grande detrimento, poiché egli attende a ogni mio fatto” cioè all’amministrazione del feudo. Se proprio è colpevole, il Duca gli dia “la penitenza che merita ma non stia lì a perdere tempo” in quanto “con questi uomini non posso intendere niuna mia faccenda per la sua assenza, che a me è di grande danno”.

Il Duca ordina[57] ancora al Commissario dell’Oltrepò “di intendere la differenza tra Michele Colli e il Podestà di Pozzolo” perché, scrive, “vogliamo chiarire quello che vuole la ragione” ma gli comanda espressamente di agire “non guardando in volto ad uomo del mondo” cioè proprio a nessuno, fosse anche un pezzo grosso … come Micheletto Attendolo ?

Ad agosto 1458 il processo è ancora indeciso. Il Duca scrive[58] infatti al suo Commissario dell’Oltrepò  di sbrogliare “la differenza vertente tra Michele Colli e il Podestà di Pozzolo per l’imputazione che fu fatta a Michele”.

Graziato per una mina di frumento

Il Duca scrive al Capitano del divieto: “Poiché gli uominidarme della compagnia del figlio del signor Michele hanno trovato un poveruomo di Pozzolo, chiamato Arrighetto, che conduceva una mina di frumento contro gli ordini nostri, intendiamo che tu procedi contro di lui. Abbiamo fatto grazia a quel pover’uomo per amor di Dio e ti diciamo che non devi procedere contro di lui ma rimettergli ogni pena e condanna (ASMi Missive 44. Milano, 17 ottobre 1458)

La sentenza è favorevole al Colli ma il Podestà di Pozzolo non intende pagare per tutti e così verrà convocato[59] alla Corte milanese. Non si presenta e verrà riconvocato[60]. Sei mesi dopo, la questione è ancora per aria. Il Podestà ha ricevuto un’altra convocazione a Milano ma non si presenta in quanto ci sarebbero due fratelli (Angelo e Nicolò da Brignano) che avrebbero intenzione “di ammazzarlo durante il cammino oppure a Milano”. Così almeno sostiene[61] Micheletto, aggiungendo che già ai due “gli bastò l’animo di volerlo ammazzare”, cioè hanno tentato di farlo fuori a Pozzolo “di notte tempo e poi buttarlo in un pozzo, della qual cosa si sono vantati alla presenza di più testimoni”. Micheletto è fermo nel difendere il suo funzionario: “Non voglio acconsentire alla morte sua, perché non fui mai becchino di persona alcuna”; poi la butta un po’ sul ridicolo: “Considerato che il Podestà è copioso di carne e grasso di persona, malamente potrebbe venire”. Se fosse davvero una questione di Stato “lo farei portare in braccio, se bisognasse, ma credendo che sia per colpa di quei giotti [malfattori] non mi pare necessaria la venuta sua”.

Poco dopo Micheletto riceverà[62] un’altra tirata d’orecchie: “I fratelli Pietro e Tomeno Ponzani, nostri cittadini di Tortona, ci hanno fatto grave querela perché, avendo loro un mulino sul fiume di Sclivia (sic), al quale gli uomini di Pozzolo sono obbligati ad andare a macinare i loro grani”, e sarebbe il Molino del Manuele, “voi glielo proibite e li costringete ad andare a macinare ad una altro molino che avete preso a fitto”. “Queste sono cose disoneste e che fanno sdegnare i nostri cittadini”, taglia corto il Duca, ordinando che tutti tornino a macinare al Molino del Manuele.

Micheletto Attendolo insiste[63] a difendere i propri sudditi: “Michele [Colli] da Vigevano pretende da loro 12 fiorini al mese per il tempo che stette qui all’ufficio sulla frose delle biade, e in più gli domanda 38 ducati che, secondo lui, la Comunità gli è obbligata a far dare dal passato Podestà”. Non è vero niente, sostiene, “perché quando Colli venne qui all’officio, si accordò con gli uomini per 3 mesi e non per più, per i quali 3 mesi il Colli è già soddisfatto”. In definitiva, per non costringere i suoi sudditi ad andare fino a Milano, chiede che quella causa venga affidata al Podestà di Tortona o di Alessandria. Ma la burocrazia sforzesca è ancora più ostinata e insiste[64] ancora perché “mandando Noi alle parti di là Michele [Colli] da Vigevano per alcune faccende, abbia la sua soddisfazione dagli uomini di Pozzolo per quei 38 ducati che gli restano”.

Non sappiamo come finì veramente questa complicata bega. Tre anni dopo, Micheletto Attendolo muore nel suo Castello di Pozzolo. Il figlio Raimondo comunica[65] al Duca: “Giunto che fui a casa, trovai il signor mio padre molto aggravato, e così passò di questo mondo”. Arriva a Pozzolo una lettera[66] di condoglianze del cugino Duca, diretta alla vedova Isabella, e ai figli Raimondo e Giacomo: lo Sforza si duole “gravemente, pur considerando che Micheletto era già in decrepita età et che ha speso i suoi anni tanto laudabilmente et virtuosamente”.  Micheletto ha vissuto circa 83 anni, che per quei tempi sono un record.

Michele Colli lavorava ancora al servizio degli Sforza. Lo troveremo ancora fra i personaggi che cinque anni dopo organizzano[67] il viaggio da Genova a Sale della promessa sposa del nuovo Duca Galeazzo Sforza. E più tardi sostituirà suo fratello Gerardo all’Ambasciata milanese a Venezia.

 

NOTE

[1] ) N.Covini, L’esercito del Duca. Roma 1998.

[2] ) Archivio di Stato di Milano (d’ora in avanti ASMi), Missive 34. Milano, 15 dicembre 1456.

[3] ) ASMi, Missive 34. Milano, 14  ottobre 1456.

[4] ) ASMi Sforzesco 715. Alessandria, 21 dicembre 1456.

[5] ) ASMi Missive 34. Milano, 1 febbraio 1457.

[6] ) ASMi Missive 33. Milano, 13 febbraio 1457.

[7] ) A Tortona il Guidobono poteva contare sui raccolti dell’Abbazia di San Marziano, che era stata retta da suo fratello Ilario, mentre di Carbonara era il diretto feudatario.

[8] ) ASMi Missive 34. Milano, 23 febbraio 1457.

[9] ) ASMi Missive 34. Milano, 28 febbraio 1457.

[10] ) ASMi Missive 34. Milano, 15 luglio 1456.

[11] ) ASMi Sforzesco 411. Genova, 3 agosto 1456.

[12] ) ASMi Missive 34. Lodi, 8 settembre 1456.

[13] ) ASMi Missive 34. Milano, 12 novembre 1456.

[14] ) ASMi Missive 33. Milano, 2 marzo 1457. “Ma non vorremmo aprire la via ad altri di richiedere simili  licenze”, diceva la lettera.

[15] ) ASMi Missive 33. Milano. 8 marzo 1457.

[16] ) ASMi Sforzesco 769. Tortona, 26 aprile 1457.

[17] ) ASMi Missive 33. Milano, 1 maggio 1457. Era genero di Antonio Guidobono.

[18] ) ASMi Missive 33. Milano, 14 maggio 1457.

[19] ) ASMi Missive 33. Milano, 24 maggio 1457.

[20] ) ASMi Missive 34. Milano, 2 maggio 1457.

[21] ) ASMi Missive 34. Milano, 8 giugno 1457.

[22] ) I.Cammarata, La Torre della discordia, Novinostra Anno XLIII, n.4, dicembre 2003.

[23])  ASMi Sforzesco 715. Bosco, 16 giugno 1457.

[24] ) ASMi Missive 34. Milano, 17 giugno 1457.

[25] ) ASMi Missive 33. Milano, 14 luglio 1457.

[26] ) ASMi Sforzesco 769. Tortona, 7 agosto 1457.

[27] ) ASMi missive 34. Milano, 28 settembre 1457.

[28] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 30 settembre 1457.

[29] ) ASMi Sforzesco 1586. Milano, 11 ottobre 1457.

[30] ) Viva da Codignola era stato a Pozzolo Formigaro, non sappiamo per quale ragione, e aveva presentato al Duca una relazione su questa sua visita. Era probabilmente un parente o comunque un compaesano di Micheletto Attendolo.

[31] ) ASMi Missive 34. Milano, 4 ottobre 1456.

[32] ) Il grande quadro (circa 3 metri x 2) si trova attualmente al Louvre e venne dipinto attorno al 1450, quindi prima che Micheletto si ritirasse a Pozzolo Formigaro.

[33] ) “A 9 di novembre la magnifica d.Isabella da Diano si partì da Milano per andare a Pozzolo Formigaro” (Biblioteca Ambrosiana, Trotti 230).

[34] ) ASMi Sforzesco 768, Pozzolo Formigaro, 1 dicembre 1454. Isabella si firma “Comitissa Cotignole”.

[35] ) ASMi Sforzesco 768, Pozzolo Formigaro, 3 dicembre 1454

[36] ) ASMi Sforzesco 768, Pozzolo Formigaro, 3 dicembre 1454.

[37] ) ASMi Missive 20, Milano, 6 dicembre 1454.

[38] ) ASMi Missive 34. Milano 2 maggio 1457.

[39] ) ASMi Missive 34. Milano, 8 giugno 1457.

[40] ) ASMi Sforzesco 715. Bosco, 16 giugno 1457.

[41] ) ASMi Missive 34. Milano, 5 luglio 1457.

[42] ) ASMi Missive 34. Milano, 8 luglio 1457.

[43] ) ASMi Missive 34. Milano, 18 agosto 1457.

[44] ) ASMi Missive 34. Milano, 28 gennaio 1458.

[45] ) ASMi Missive 44. Milano, 11 aprile 1458.

[46] ) Questo mulino, detto Mulino del Manuele, è un impianto tuttora esistente e raggiungibile dalla strada Pozzolo Formigaro- Villalvernia. Sorge sulla riva sinistra della Scrivia in territorio di Villalvernia. I Pozzolesi avevano un accordo per andarvi a macinare il loro grano.

[47] ) Il suo cognome fa chiaramente capire che questo armigero era un compaesano o parente degli Attendolo, che aveva seguito fino a Pozzolo.

[48] ) ASMi Famiglie 55. La lettera è senza data.

[49] ) Interrogato.

[50] ) ASMi Missive 49, Milano, 21 luglio 1460 e 13 settembre 1460.

[51] ) ASMi Sforzesco 769, Pozzolo Formigaro, 11 febbraio 1458.

[52] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 5 marzo 1458.

[53] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 9 marzo 1458.

[54] ) ASMi Sforzesco 769, Pozzolo Formigaro, 29 marzo 1458.

[55] ) ASMi Sforzesco 769, Pozzolo Formigaro, 11 aprile 1458.

[56] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 18 aprile 1458.

[57] ) ASMi Missive 44. Milano, 6 maggio 1468.

[58] ) ASMi Missive 44. Milano, 16 agosto 1458.

[59] ) ASMi Missive 45. Milano, 16 febbraio 1459.

[60] ) ASMi Missive 45. Milano, 15 giugno 1459.

[61] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 11 febbraio 1460.

[62] ) ASMi Missive 44. Milano, 20 luglio 1460.

[63] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo Formigaro, 22 luglio 1460.

[64] ) ASMi Missive 49. Milano, 13 settembre 1460.

[65] ) ASMi Sforzesco 770, Pozzolo Formigaro, 16 febbraio 1463.

[66] ) ASMi Missive 52, Milano, 22 febbraio 1463.

[67] ) Vedi Novinostra, dicembre 2010. I.Cammarata, 1468, Il matrimonio del secolo passa per la Frascheta.


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