Il Basso Pieve, evoluzione e declino di una comunità

di FEDERICO CABELLA

Il Basso Pieve è un territorio che, rispetto al centro della città di Novi Ligure, presenta caratteri peculiari. È difficile non riscontrare, nelle persone che vi sono nate, cresciute, o che comunque vi hanno trascorso dei più o meno lunghi periodi della propria vita, un forte radicamento a un luogo che rappresenta, forse meglio di ogni altro, la campagna novese, l’amena Arcadia dove ritirarsi in cerca di riposo e concentrazione, come nel caso del celebre umanista novese Lorenzo Capelloni.

Alla stregua del Machiavelli, la cui fuga nel podere dell’Albergaccio a San Casciano, nella campagna fiorentina (un ritiro tuttavia coatto piuttosto che volontario), gli consentì di comporre la sua più nota opera, così il nostro nella “picciola villa di Busseto, in quel di Nove” scrisse “La vita del principe Andrea Doria”, la più importante biografia dell’uomo che rese grande Genova. Ad ogni buon conto il luogo è frequentato anche da chi velleità letterarie non ne ha ma anzi semplicemente cerca, specie d’estate, un riparo dalla calura e dalla congestione del centro città o anche semplicemente un luogo dove praticare un po’ di jogging. Una fatica alquanto diversa rispetto a quella dei nostri antenati contadini che si misuravano quotidianamente con un terreno ghiaioso, a causa dei sedimenti dello Scrivia (“la Scrivia” al femminile, com’era abitudine chiamare un tempo i fiumi) il quale anticamente lambiva addirittura l’argine di Braida presso la Pieve e che lentamente si è ritirato, per un processo geologico, verso i colli preappenninici, fino alla posizione attualmente occupata. I venti che vi soffiano (marini in primavera ed estate, freddi invece quelli da nord), hanno contribuito a rendere magra e difficoltosa l’agricoltura. Tuttavia, a partire dal Novecento, la meccanizzazione, insieme alla produzione di nuovi fertilizzanti chimici, ha consentito di accrescere i rendimenti. Proprio il Novecento, infatti, ha rappresentato, e non solo per il Basso Pieve novese, un discrimine, il veloce e a tratti impetuoso passaggio tra epoche diverse tra loro.

Fulcro di tale cambiamento è stata, manco a dirlo, la traumatica esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene nelle campagne la gente trovasse rifugio dai bombardamenti, essa anche qui ha fatto sentire la sua cupa presenza, con un episodio drammatico vissuto lungo le rive dello Scrivia: in seguito a un’imboscata, morirono nella notte del 10 aprile 1945 due partigiani: Irmo Ferrari, detto Burrasca, e il russo Aclamar Denadi, soprannominato Gennaro. Un terzo ragazzo, Claudio Ferrari, seppur ferito riuscì a guadare il torrente. Una lapide, posta presso la cascina “Tana”, ricorda questo tragico evento. Il quartier generale degli Alleati (Americani) fu per un breve periodo di stanza presso l’Istituto dei Salesiani. “Grande caseggiato che campeggia in mezzo al verde della Frascheta”, inaugurato nell’ottobre del 1940, tra i primi alunni iscritti figura l’indimenticato giornalista e scrittore novese Egidio Mascherini. La scuola era il Ginnasio e resse fino al 1968, quando fu ceduto a terzi.

In seguito, al termine del conflitto, il paesaggio iniziò a trasformarsi: le cascine si svuotarono, gli allevamenti sparirono perché rendevano poco e richiedevano tanto lavoro, le coltivazioni si ridussero quasi esclusivamente ai redditizi cereali. Solamente a partire dagli anni Novanta le direttive CEE favorirono un cambio di produzione (mais, girasoli, piselli proteici, colza, soia, fieno, erba medica e lupini), oltre che un recupero di quelle ormai scomparse (il cece della Merella, che bene si adatta al terreno ghiaioso). Addirittura col nuovo millennio si è puntato maggiormente su coltivazioni di nicchia: zafferano, frutti di bosco, piante officinali (lavanda) e pomodori, tutte con buone prospettive di guadagno.

Persino il mais, presente in Frascheta a partire dal Cinquecento e dall’Ottocento base alimentare per le famiglie più povere, ha visto un periodo di forte recupero dagli anni Sessanta, per soddisfare le richieste della S.P.A.D. Negli ultimi tempi è ripresa la coltivazione della qualità “delle 8 file”, un prodotto di nicchia, meno redditizio rispetto ai mais ibridi, eppure maggiormente genuino. Praticamente spariti il ravizzone, una pianta a fiori gialli usata come foraggio e dai cui semi si produceva un olio che sostituiva quello dell’oliva per usi alimentari, e la veccia, a fiori violetti, usata anch’essa come foraggio o essiccata come fieno per l’inverno. Le orticole, che pur erano presenti nella zona tra via Monte Santo, il Lodolino e via San Giovanni Bosco, sono rimaste confinate nel solo Basso Pieve a causa del boom edilizio degli anni Sessanta e Settanta. Un discorso a parte lo merita il gualdo , una pianta dalle cui foglie e radici si estrae un bel colorante blu turchino per i tessuti. Grande fu la fortuna che ebbe tale coltura, se si pensa che il colore “blue jeans”, ossia “blu di Genova”, oggi riconosciuto in tutto il mondo, era ricavato dalle piante di gualdo coltivate nella piana fra i torrenti Scrivia (specie nella Bassa Valle) e Curone. Tuttavia la diffusione entrò in crisi, a partire dal XVII secolo, a seguito dell’utilizzo dei più economici coloranti provenienti dall’America (come l’indaco), fino ad arrivare, in epoca più recente, all’ottenimento dello stesso prodotto per via sintetica.

Per quel che riguarda la viticoltura, grande sviluppo ebbe la “regina” delle bevande, che i contadini del Basso Pieve producevano e bevevano con gusto: il vino. Se, come vuole la tradizione, in epoca passata il vino saliva dalla pianura alla collina, allora i vitigni fraschetani hanno origini ancor più antiche di molte altre qualità oggi più rinomate e apprezzate. Tuttavia di quegli autoctoni poco rimane per via della distruzione cui andarono incontro nel XIX secolo, a causa della filossera, un insetto di circa 1 millimetro di dimensione, che attacca le radici delle viti europee e le foglie di quelle americane. Arrivata sui battelli a vapore, comparve in Europa nel 1863: ci vollero quasi trent’anni per ripristinare una vera e propria viticoltura e la tecnica per liberarsi del terribile insetto, fu quella di innestare vitigni europei su ceppi radicali americani. Perciò non ci è più possibile gustare il Nerello fraschetano, vino rosso da tavola, di 11-12 gradi, considerato il migliore della zona. Né tantomeno il Moretto, anche se meno nobile del Nerello: era di maturazione tardiva e si preferiva mischiarlo con Barbera e Dolcetto.

Infine l’Uva Cenerina, così detta forse per il pulviscolo che copriva la buccia dei suoi acini; dal sapore dolce e buona come uva da tavola, si conservava bene e produceva un buon vino di 11-12 gradi, noto nella sua variante di “Cenerione”, più produttivo, ma meno di qualità. Questi vitigni dovettero cedere il passo, a fine Ottocento, all’importazione di quelli americani resistenti alla filossera. Pertanto, nel Basso Pieve, si registrò la diffusione di uve quali Barbera, Nebbiolo, Luglienga, Verdea, Otello e Bacò. Quest’ultimo, a sua volta quasi scomparso, merita una citazione speciale perché per la sua alta concentrazione di tannino è stato prima considerato un vitigno ibrido, non propriamente da vino, e successivamente ne è stato vietato il commercio dopo la Seconda Guerra Mondiale in quanto nocivo alla salute. Evidentemente la “ricostruzione” partiva anche dai piccoli aspetti della vita quotidiana.

Ancor oggi sono rari i casi di vinificazione nel Basso Pieve, se non per autoconsumo. Si è andato così perdendo un patrimonio di conoscenze, non solo tecniche ma anche linguistiche, che ha caratterizzato la nostra zona per diverso tempo. Chi, ormai, al giorno d’oggi, sa che cosa sia, ad esempio, lo “Skikué”, la torretta di legno che a inizio Novecento la famiglia Piacentino di Bettole fece costruire per sorvegliare l’uva, in modo che non venisse rubata? Eppure esso ha meritato un lemma all’interno del prestigioso dizionario del Magenta, tanto è stata significativa la sua invenzione. Ciò anche per dimostrare l’antico legame tra il territorio e la viticoltura. Analizzando, infatti, il toponimo di “Bettole”, la principale località del Basso Pieve, notiamo che esso deriva dal tardo latino “bevetulae”, nome con cui si indicavano anticamente gli empori vinicoli. Nuclei abitati analoghi si incontrano lungo la Strada dell’Imperatore (antico tronco della Via Postumia) presso Pozzolo e Castellar Ponzano. Si trattava, in buona sostanza, di vecchie stazioni di posta cui erano annessi centri di ristoro. Non a caso l’edificio originale delle “Bettole” (di proprietà della famiglia Trucco) che dà il nome a tutto l’abitato “Bettole di Novi”, ospita il ristorante “Il Fattore”. Oggi l’unico esercizio che mantiene in vita la tradizione mangereccia del Basso Pieve.

Nei primi del ‘900 i coniugi Trucco, l’avv. prof. Angelo Francesco, appassionato studioso e autore di basilari testi sulla storia di Novi e del Novese, e la signora Eugenia Ferro acquistarono dai marchesi Gazzana di Genova una vasta proprietà, già appartenuta alla nobile famiglia Balbi, comprendente: “Bettole”, la Tana, la Cascina della Signora e quella dei Frati. Accanto al fabbricato principale sorgeva all’interno un’antica cappelletta del ‘700 dedicata a San Bartolomeo, mentre sulla facciata dell’edificio, lungo la strada per Cassano, è tuttora visibile lo stemma dei Balbi. Il secondogenito dei sette figli dei Trucco, don Francesco, ma per tutti don Nino , cappellano per molti anni all’ILVA e canonico dell’Insigne Collegiata di Novi, dal 1930 al 1959 officiò con regolarità tutte le funzioni religiose nella cappella di famiglia (subito ampliata in chiesetta) che dedicò alla Madonna del Rosario, alla quale era devoto. In modo particolare in quel piccolo e suggestivo luogo di culto sono stati celebrati molti sposalizi Personaggio dotato di grande generosità e di “istintivo calore umano”,riusciva a coinvolgere nei suoi incontri religiosi molti novesi. Certamente egli contribuì a rafforzare, tra quel gruppo di case, il senso di aggregazione del Basso Pieve. La vita pulsava tra l’edificio chiamato è palasciù, che ospitò per molto tempo le scuole elementari, e l’attiguo fabbricato prospiciente la proprietà Trucco, ove, ancora sino al 1981, esisteva un negozio di generi commestibili e tabacchi e un’osteria con annesso gioco di bocce. Non era infrequente che gli avventori vi facessero l’alba, trascorrendo il tempo in compagnia. Tornando verso Novi non va infine dimenticata l’osterietta campestre che si trovava appena sotto la discesa della Pieve, sulla sinistra.

La gestiva Muméina a Lumoun-na, madre di Biagio Cavanna, come ricorda Gueréin. Specialità della casa le prelibate frittatine alla mentuccia con contorno di insalatina di primo taglio, da gustarsi nelle belle giornate di sole, sotto il pergolato. La locanda si collocava appena prima del ben noto esercizio del frö däa Píve, sitoproprio all’incrocio tra Strada Cassano e via del Fossato. Gestivano un’articolata attività di fabbriceria e carrozzeria i fratelli Traverso: Lino, detto “u Lèi”, era il falegname, mentre Nino faceva il fabbro. Con l’aiuto di lavoranti, essi costruivano e riparavano carri, carrozze e varie attrezzature agricole. Presso di loro si fermavano spesso i carrettieri, o per la ferratura dei loro animali, o per le necessarie riparazioni dei loro mezzi, i solidi “Tumbarelli” , i quali, trainati da due o quattro cavalli, erano utilizzati per il trasporto in genere di ghiaia e di sabbia proveniente dall’alveo del fiume Scrivia, per le costruzioni edilizie a Novi.

Non va trascurato neppure l’apporto della sericoltura all’economia locale, l’impulso della quale molto deve all’incremento demografico che visse la campagna novese a partire dal XVII secolo. Proprio in tale periodo le maggiori garanzie di sicurezza offerte dalla presenza di truppe genovesi, unitamente alle tremende pestilenze che colpivano più facilmente le popolose città, determinarono lo sviluppo della campagna. Se ancora nel 1690 il “Libro figurato di tutte le possessioni del territorio dell’insigne terra di Nove” (una sorta di catasto dell’epoca) compilato da Giovanni Benedetto Zandrino di Gamalerio (sic!), “agrimensor publico” della città di Alessandria, riporta l’esistenza di una sola trentina dicascine censite nel Basso Pieve, è ragionevole pensare che in breve tempo il loro numero si moltiplicò, conformemente alla crescita della popolazione e delle attività, specie quelle fieristiche. In tale contesto la produzione novese della seta crebbe in maniera vertiginosa, anche in ragione del suo alto standard qualitativo. L’apice venne raggiunto intorno alla metà del XIX secolo, quando il “Bianco di Novi” diventò una delle sete più pregiate e ricercate nelle principali piazze commerciali europee. Il declino, lento ma inarrestabile, arrivò pochi decenni dopo, col flagello del “marino”, malattia che colpiva il baco, e con l’apertura del Canale di Suez e il conseguente crollo del prezzo delle sete importate. Il segno di questa fortunata stagione della nostra campagna si può ancor oggi ravvisare (nel Basso Pieve ma non solo) nell’imponente presenza di gelsi, delle cui foglie si nutrivano i bachi. Non era infrequente che venissero usati per segnalare la divisione dei terreni e che facessero da cornice alle sgangherate ma graziosissime “fughe”, stradine di campagna riarse e polverose d’estate, pantano impraticabile d’inverno, così denominate perché rappresentavano delle agili scorciatoie per gli abitanti del luogo che volessero muoversi velocemente. Il tutto ovviamente quando l’unico mezzo di locomozione era ancora la bicicletta.

Proprio grazie ad essa numerosi venditori ambulanti si recavano nel Basso Pieve a vendere la loro merce, casa per casa, fino a nemmeno tanti anni fa. Pare superfluo ricordare che allora non esistevano grandi magazzini né supermercati e la gente usava spostarsi molto meno, perciò, nel caso si volessero fare acquisti, prezioso se non imprescindibile diventava il ruolo di questi veri e propri “personaggi”, lentamente spariti nel corso del tempo proprio a partire dal secondo dopoguerra. Reale spartiacque, come già detto, tra due epoche e inizio del crepuscolo della società contadina.

Chi immaginerebbe di comprare, al giorno d’oggi, prodotti da venditori porta a porta, anche considerato il fastidio col quale spesso sono ricevuti? Eppure all’epoca si trattava di una pratica comune, se non dell’unico modo, per molti, di acquistare ciò di cui si aveva necessità. Il reciproco bisogno, la differente situazione economica e sociale, con tutte le relative e facilmente intuibili conseguenze, fecero sì che il Basso Pieve fosse periodicamente “battuto” in lungo e in largo dalle ruote gommate di questi ambulanti. Inforcava così la bicicletta u šur Oneto che, dopo essere salito in treno da Genova a Novi, linea lungo la quale faceva il pendolare, si recava presso le cascine fraschetane a vendere il suo olio d’oliva. Obbligatorio era l’assaggio («signua, ca’ me daga u piatin»), intingendo un pezzo di pane, prima dell’acquisto del prodotto. Cessò la sua attività ad inizio anni ’50, poco prima del magliaio e venditore di intimo Tarantola Beppino.

Questi in realtà si era “convertito” alla bicicletta perché durante la guerra i Tedeschi gli avevano requisito il cavallo che trainava il carro col quale trasportava la merce e che aveva con sé dal ’34. Solo dopo alcuni anni di dure pedalate riuscì a ricomprarsi un altro esemplare equino e dal ’55 pure una Topolino per rendere più agile il trasporto, ma ormai la data del ritiro era vicina. Col carro, invece, arrivava in primavera il venditore di sementi dall’Emilia, che si annunciava con alte grida («Il semenzaio! È arrivato il semenzaio!»), così come sempre sul carro si muoveva “il Ciôfe” Bagnasco Giovanni che a partire da inizio Novecento faceva servizio di corriere tra Novi e Cassano, trasportando merci e passeggeri che si recavano in città per lavoro. Suoi colleghi erano Merlo Pasquale e Arturo Verdone, che si valevano, però, di un asinello, e Cartasegna Giovanni, ovvero Giuvanéin da Bitega, al servizio dell’osteria, che possedeva un bellissimo cavallo bianco. Per tutti era imprescindibile una sosta presso l’“orbiu däa Píve” , fontanella storica per l’abbeveraggio. Come non citare, inoltre, la bicicletta più attesa dai bambini (e non solo) del Basso Pieve, cioè quella condotta dal leggendario Giule? Vestito con pantaloni alla zuava, maglia sportiva e berretto e annunciato dal suono della trombetta, col suo carro dei gelati d’estate si spingeva fino alle spiaggette dello Scrivia, presso il ponte di Cassano, dove i novesi si recavano, a loro volta in bicicletta, per cercare un po’ di refrigerio e tregua dalla calura estiva. Ultimo, in ordine di tempo, di questo breve elenco era Fulvio Rebora, venditore di biancheria sempre sulle due ruote prima, sul motocarro in seguito. Era appassionato di fotografia e possedeva un merlo indiano al quale aveva insegnato, oltre che a fischiare le prime note di “Bandiera Rossa”, a pronunciare qualche semplice battuta in dialetto. Ritiratosi lui, praticamente si chiuse l’epoca della vendita diretta in un Basso Pieve che stava rapidamente cambiando. Di lì a poco ai suoi confini si sarebbe vista la nascita di uno dei più moderni ed estesi centri commerciali, l’Outlet di Serravalle.

Realtà, questa, che ne ha profondamente trasformato il paesaggio e le tradizioni, come avvenne, all’epoca, per la costruzione dell’autostrada che collegava il tratto Genova-Serravalle con Milano. Si usava, infatti, fino al 1958, festeggiare la Madonna di Pompei, la domenica successiva all’8 maggio, con una processione che, don Nino Trucco in testa, dalla chiesa di Bettole giungeva fino alla cappelletta dedicata a San Michele, contenuta nel plesso della cascina Clavaria (vicino a dove oggi sorge l’Autogrill) e nella quale si celebrava la messa.

La costruzione dell’importante snodo stradale ne ha reso quantomeno disagevole il tragitto e presto è stata eliminata dal calendario liturgico del Basso Pieve. Per alcuni anni, tuttavia, continuò ad esservi tenuta la tradizionale cerimonia del 29 settembre, giorno di San Michele, nel quale avveniva la benedizione del grano da seme, buon auspicio per il futuro raccolto. Né fu quella la sola volta in cui una strada fraschetana causò disagio: se andiamo a ritroso nel tempo, troviamo che nel XVI secolo, Novi, sotto il dominio della “Superba” definitivamente dal 1529, acquistò la zona del Basso Pieve per realizzare lungo il corso del fiume mulini per macinare il grano. Venne in questo modo interrotta la continuità territoriale della Milano spagnola, reggente i paesi di Pozzolo e Serravalle. Sorsero così controversie sul pagamento di un pedaggio lungo Strada Stradella, l’arteria che metteva in comunicazione le due località, milanesi, attraversando però il territorio ormai genovese del Basso Pieve. Controversie che si sarebbero protratte fino addirittura al XVIII secolo. Tornando al nostro percorso fra le edicole, a non molti metri di distanza dalla Clavaria si incontra presso la cascina Carletta in via San Bartolomeo (all’altezza di dove finisce la strada della Capraia) la “Madonnetta”, ovvero la Cappelletta di Navone. Essa è dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei e vi si recitava il Santo Rosario la prima domenica di ottobre, in occasione della festa a Lei dedicata: la cerimonia iniziava appena prima del tramonto e finiva quand’era già notte. La struttura conserva degli affreschi, purtroppo molto deteriorati, e una lapide marmorea, postavi nel 1951, come indica la data. Percorrendo, invece, a ritroso Strada Stradella, fino ad attraversare la statale per Cassano, ci si imbatte, dopo poche decine di metri, in un’edicoletta di fine ‘800, di forma quadrata, con tetto in coppi, dedicata alla Madonna della Guardia, nella ricorrenza della quale è antica usanza recitare il triduo. Se si prosegue fino in fondo a Strada Stradella, continuando per un breve tratto rettilineo di via Villalvernia, si incontra un’altra cappelletta, anch’essa dedicata alla Madonna della Guardia, eretta nel 1965 all’inizio di via Fossa del Sale. Presso le panchine che vi sono state poste davanti si usa recitare il Santo Rosario alla fine del mese di maggio, altrimenti indicato come quello mariano, e in occasione della festività della Guardia, il 29 agosto. Tornando, infine, indietro per Strada Stradella e girando subito a sinistra, in via dei Boschetti, presso l’omonima cascina che anticamente fu un monastero, si trova una chiesetta dedicata a San Carlo Borromeo e che ha ospitato per 7 anni, dal 1986 al 1993, la Madonna Pellegrina della Pieve. È antica tradizione recitarvi la messa il 4 novembre in occasione della festa di San Carlo, appunto.

Dal momento che, in precedenza, si è toccato il tema delle infrastrutture, si vuole, infine, fare un cenno al tema del Terzo Valico, una linea che molto velocemente è destinata a mutare il volto del Basso Pieve, anche più profondamente di quanto abbiano fatto i sopracitati cambiamenti avvenuti nel secolo XX, in ispecial modo nel secondo Dopoguerra.

I lavori in corso coinvolgono quei prati dove una volta i Novesi solevano recarsi con la famiglia per il tradizionale picnic dell’Ottava di Pasqua, dopo una sosta religiosa alla chiesa della Pieve per celebrare la Domenica in Albis. Non ci è dato sapere come evolverà l’aspetto del territorio a seguito di quest’ennesima (e tutte con ritmo ormai sempre più incalzante) trasformazione poiché occorre del tempo per valutare l’impatto di una simile opera. Tuttavia, al di là dei discorsi politici ed economici, che non competono a questa rivista, diventa utile ricordare come l’idea di attraversare il Basso Pieve con una ferrovia non sia affatto nuova. Correva l’anno 1887 quando nacque il progetto di una linea Novi-Cassano, con eventuale prosecuzione fino a Villalvernia, sul modello della Novi-Ovada. Ma forse il paragone sarebbe più appropriato con la Novi-Gavi, dal momento che entrambe le ferrovie non furono mai costruite. Nonostante l’amministrazione locale avesse espresso parere favorevole e la sua eventuale realizzazione fosse stata accolta con entusiasmo per l’aumento dei prezzi dei terreni agricoli, più facilmente raggiungibili, si trattava in ogni caso di un’idea debole. Tant’è che venne accantonata dopo l’attuazione del tronco Tortona-Arquata della linea direttissima Milano-Genova (iniziata nel 1910 e terminata nel 1914). Si chiude, in questo modo, il progetto di realizzare una ferrovia nel Basso Pieve. Ma forse non definitivamente.

Questo articolo è dedicato alla memoria del compianto Vincenzo Fasciolo, vera e propria miniera di informazioni sul Basso Pieve. Senza il suo attento e preciso contributo, anche con inedite fotografie, non avrebbe mai potuto essere pubblicato, perciò mi sento di esprimere nei suoi confronti la mia più profonda e sincera gratitudine. Con la ferma convinzione che i ringraziamenti non siano mai tardivi.


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