Il Carnevale all’inferno

di PAOLO POGGIO

Nella cultura popolare europea, dal medioevo ad oggi, le feste si pongono al centro di un vasto, articolato, financo complesso sistema di tradizioni e usanze: feste familiari, come il matrimonio, feste della comunità o del santo patrono di una città o di una parrocchia, feste annuali come la Pasqua, il Natale, Calendimaggio, Capodanno. E il carnevale, per l’appunto. E’ su questa realtà antropofolklorica che ci soffermeremo in queste righe.

Prima di addentrarci nello specifico, però, ci pare doverosa una premessa di metodo su come intendere – o, meglio ancora, “leggere” – il termine “popolare” e i suoi ambiti:

1) E’ “popolare”, per definizione, tutto ciò che è a grande diffusione di massa. Per esempio, il calcio è uno sport “popolare”, al contrario del “polo”. In questa accezione del termine si contrappone qualcosa che raccoglie comune consenso e interesse da qualcosa che siamo soliti definire, invece, “elitario”.

2) E’ “popolare” ciò che rimanda a realtà sociali “basse” (contadine, operaie, ecc.) rispetto a realtà definite “colte”. Il ballo “liscio” delle balere romagnole è “popolare”, il “Rigoletto” alla prima della Scala no. Per chiarire meglio queste due asserzioni chiamiamo in aiuto un momento la lingua inglese. In inglese il termine “popolare” inteso come diffuso si rende con “popular”, mentre quello di culture collegate a realtà sociali “basse”, con radici profonde nel passato, opposte al “colto” si rende col termine “folk”. Una antica ballata irlandese è “folk song”, il rock and roll è “popular song”. Nella lingua italiana, al contrario, permane questa “ambiguità”.

Seguendo queste linee metodologiche il carnevale rientra nella categoria delle feste dell’area “folk”, ma, avendo nel fluire dei secoli avuto notevole diffusione (anche nelle fasce elitarie, si pensi a certi riti o canti carnascialeschi di corte del tardo Umanesimo e del Rinascimento), il carnevale rientra, per certe sfaccettature anche nel genere “popular”. Indubbiamente, risulta in ogni modo preminente l’aspetto “folklorico”.

Senz’altro resta il fatto che, comunque, il carnevale sia una festa che affonda le sue radici nel mondo “pagano”, vale a dire precristiano e che la chiesa – tenacemente – cercò di osteggiare e, alla fine tollerare, nel corso dei secoli.

La chiesa dei primi secoli cercò subito di respingere le superstizioni proprio perché ritenute frutto del vecchio paganesimo. Fra il IV e il VI secolo (ma anche oltre) la gerarchia ecclesiastica si fuse con l’aristocrazia terriera e contribuì ad accentuare l’opposizione tra questi ceti minoritari privilegiati (culturalmente e socialmente) e la massa del popolino. I residui pagani resistevano soprattutto nelle campagne. Dice, in proposito, Agobardo di Lione (e siamo nel IX secolo) che la superstizione “hodie durat in rusticis”, si mantiene, oggi nei contadini.

Volendo fare un riferimento alla storia locale leggiamo nella “Relazione” del vescovo di Tortona, Cesare Gambara (sec. XVI), al Concilio Provinciale di Milano:

“la gente di montagna fiera e con poca religione disprezza le leggi della chiesa”.

Nel 1618 il Montemerlo annota: “Mio padre si doleva con P. Antonio da Tortona che anche nei villaggi e borghi piccoli i buoni costumi fossero in ischerno, dicendo ciò avvenire per il soverchio amor proprio, e perché oggi quasi senza castigo si schernisce la bontà”. Negli atteggiamenti sopra descritti rientrano indubbiamente le pratiche superstiziose o paganeggianti.

La condanna da parte del cristianesimo trionfante del medioevo verso il paganesimo trova conforto in tutta la tradizione ebraico-cristiana di condanna degli idoli (si veda, per tutti, il racconto del vitello d’oro nel libro dell’Esodo). Quindi, ogni santo vescovo cristiano è un novello Mosé (si vedano ancora testi medievali quali quelli di Gregorio di Tours, di Sinforiano di Autun, di san Germano di Auxerre, di Agobardo di Lione). Al riguardo, nel medioevo, c’è un documento centrale: è il “Canon Episcopi” che i chierici del tempo attribuirono al Concilio di Ancira del 314. Trattasi, invece, probabilmente di un testo del 906, visto che compare per la prima volta nelle “Causae Synodales” dell’abate benedettino Reginone di Prüm. E che verrà poi ripreso da Burcardo di Worms e da Ivone di Chatres. In esso si codifica l’interpretazione che la chiesa attribuisce alle superstizioni. Leggiamo alcuni stralci: “I vescovi e i preti devono darsi da fare presso gli uomini per estirpare l’arte dei sortilegi e della magia inventata da Zebulone e se trovano un uomo o una donna che seguono quest’arte superstiziosa e pagana li espellano dalla parrocchia coprendoli di vergogna”.

Ma tanto ebbe la chiesa a combattere questi residui di antiche credenze. Le comunità delle campagna accettarono – di buon grado o meno – la dottrina cristiana, ma seguitarono, in ogni modo, occultamente, a praticare i loro ancestrali riti.

Fu un bene o fu un male tutto ciò? Probabilmente fu un bene, altrimenti, a noi oggi, mai e poi mai, sarebbero giunte notizie circa queste antiche culture agrarie precristiane.

“Ogni epoca agogna un mondo più bello. Quanto più la disperazione e il dolore gravano sul torbido presente, tanto più si fa intensa quella bramosia”. Così scrive Johan Huizinga nel suo eccellente saggio “L’autunno del medioevo” (1919).

In una società che non mangia (o mangia male, o come può, o quando può), che lotta contro la carestia e la pestilenza, che vive nell’angoscia escatologica, il carnevale ha un suo ruolo ben preciso. Inteso come  “carni levamen” (sollievo della carne) o “carnes levare” (togliere la carne, per l’imminenza della quaresima) o, ancora, “carni vale!” (carne addio), il carnevale diventa sinonimo di periodo orgiastico, di sregolatezza e trasgressione, di temporanea libertà degli istinti alimentari e non solo alimentari… Esso è lo sfogo degli istinti repressi nel resto dell’anno, ma è anche il tentativo di avvicinarsi almeno in parte al sogno di qualcosa che non si ha e non si avrà mai. Come il mito del “Paese di Cuccagna”, dove “chi più dorme più guadagna”. E qui ci viene incontro – tematicamente – anche l’iconografia: pensiamo ai dipinti del fiammingo cinquecentesco Hyeronibus Bosch come “Il trittico delle delizie” (Madrid, Museo del Prado).

Thomas Gray nel suo “Correspondance” scrive da Torino nel 1739: “Questo carnevale dura solo da Natale a Quaresima, metà del resto dell’anno trascorre nel ricordo dell’ultimo carnevale, l’altra metà nell’attesa del successivo”.

Il carnevale è dunque un mito che si fonda sul concetto di nascita e morte della natura (fine dell’inverno, epoca della sterilità e inizio della primavera, epoca della fertilità).

Nella Roma antica fra febbraio e marzo avevano luogo alcune cerimonie decisamente carnascialesche. Il 27 febbraio, una festa che si “Equiria” vedeva corse di cavalli tenute in genere al Campo Marzio per propiziare, appunto, Marte, dio padre di Romolo e Remo e quindi padre di Roma (“i veloci cavalli spinge Marte congiunti ai loro cocchi”. Così Ovidio nel Primo Libro dei Fasti). Queste cerimonie aprivano il periodo primaverile e indicavano la rinascita della natura.

Nell’antica Grecia si celebravano i Culti Dionisiaci per il dio morto e risuscitato proprio tra febbraio e marzo, il cosiddetto mese di Anthesterión, che segnava il passaggio dall’inverno alla primavera: una festa di tre giorni dedicata al dio Dioniso (Bacco per i romani, divinità del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione).

Sul piano culturale e antropologico il carnevale è dunque legato al concetto della “Renovatio mundi”, la perenne rinascita, l’alternarsi della vita e della morte. Il carnevale è l’eterno ritornante: morto, rinasce; bruciato in piazza sotto forma di fantoccio ricompare l’anno successivo. Segue il corso del sole e della luna, il corso delle stagioni, il ritmo del tempo.

In un calendario agrario precristiano legato alla fertilità e diffusissimo nel medioevo, il suo ritorno coincide con la rinascita della natura: per questo va celebrato gioiosamente, con balli, feste, mascheramenti, eccessi, licenze di ogni genere, inversione dell’ordine sociale costituito (gli uomini si vestono da donne e i poveri da ricchi). Almeno per un giorno si invertono i ruoli.

Il riso del carnevale è la gioia di vivere. L’uomo col ghigno della maschera sul volto (simbolo dei demoni pagani della fertilità, non necessariamente malvagi) e con l’utilizzo di qualsivoglia trasgressione ridiventa animale.

Lo scrittore ottocentesco Olindo Guerrini nel suo “La vita e le opere di Giulio Cesare Croce” cita un opuscolo anonimo scritto in dialetto veneto risalente forse ai primi del Seicento dal titolo “Testamento di sior Carnevale”. Nell’incipit del testo ci è detto chi è il carnevale: “Mi Carneval, fradel zemello di Bacco, nassuo di ozio e della poltroneria, protettor dei buffoni, confalon dei vagabondi et capitanio zeneral de tuti i mati”.

Ecco perché la chiesa medievale, ma soprattutto più accanitamente quella della prima Età Moderna, sotto le spinte di papi e inquisitori illustri (per questi ultimi citiamo, per tutti, J. Sprenger e H. Institor Kramer, alla fine del ’400, con il loro “Malleus Maleficarum, il manuale per eccellenza della famigerata caccia alle streghe), ecco perché – dicevamo – tese sempre di più ad identificare i riti carnascialeschi con la stregoneria rituale e diabolica. A carnevale si mangia, si beve, ci si traveste, al sabba – confesserà agli inquisitori la giovane strega modenese Ursulina la Rossa – “vi mangiamo, vi beviamo, vi pigliamo amorosi piaceri”.

“Queste ‘cose disoneste’ della tregenda stregonica  erano la versione notturna dei solari ‘bagordi’ del carnevale, figlio ed erede di remoti culti agrari in lui confluiti”.

Nella sua massima dilatazione onirica il carnevale è il “Paese di Cuccagna” di cui dice un anonimo poeta popolare francese del Cinquecento: “Per dormire un’ora si guadagnano sei franchi e per mangiare altrettanto; si guadagnano al giorno dieci franchi per fare l’amore “.

Se dunque il carnevale è un mondo alla rovescia, l’immediata quaresima che subentra è il mondo quotidiano. Il primo è la vita sognata; la seconda la dura realtà.

In questo simbolo di morte e di rinascita il carnevale è anche il periodo in cui i vivi, mascherandosi, alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera entrano in contatto con i morti. E se, come diceva Ippocrate, “dai morti ci vengono i cibi ” e se, il dio dei morti Plutone, nell’inferno di Dante ( Canto VII) coincide col dio delle ricchezze, Pluto, allora il carnevale è un mito di abbondanza. Un mito fugace come fugace è la vita dell’uomo. E se la vita è fugace conviene viverla subito nel modo più intenso: adesso, se non ora, quando? D’altra parte il notissimo “Trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo il Magnifico, altro non è che un canto carnascialesco il cui ritornello suona proprio così: “chi vuol esser lieto sia, del diman non v’è certezza”.


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