Il giovin Signore di Novi prigioniero nel Castello di Ischia

di ITALO CAMMARATA

Il 4 febbraio 1497 parte dall’isola d’ Ischia un mazzo di sei lettere[1] scritte tutte dalla stessa mano. Le manda il giovane Pietro Campofregoso, nato dal primo matrimonio del feudatario di Novi, Battistino, con Catocchia Spinola, figlia di Marco. Non conosciamo l’anno esatto della nascita di Pietro, ma sappiamo che è nato a Novi, feudo di suo padre Battistino e prima ancora di suo nonno Pietro[2], di cui egli eterna il nome. Potrebbe essere nato attorno al 1470-1475 e avere, perciò, in quel momento 22-27 anni. Quando il giovane Pietro nasce a Novi, suo padre Battistino si è sposato in prime nozze da almeno un anno, dopo avere vissuto a lungo come “Cameriere ducale” alla Corte di Milano di Galeazzo Sforza, dove ha acquisito amicizie importanti, e imparato le buone maniere e la buona scrittura.

Su Pietro Fregoso, figlio di Battistino, sono state pubblicate alcune biografie fantasiose, perfino in opere serie come il Dizionario Biografico degli Italiani, che dovrebbe essere un testo di riferimento della nostra storia. Qui l’autrice lo definisce “unico figlio di Battista” mentre proprio una delle sue lettere da Ischia è diretta a suo fratello Marcantonio e un’altra a sua sorella Bartolomea; inoltre è noto che ebbe almeno un altro fratello, chiamato Amorato, che visse alla Corte sforzesca. Inoltre si sostiene che Pietro avrebbe servito “gli Sforza come condottiero tra il 1495 e il 1499” mentre qui di seguito si dimostrerà proprio il contrario. Ma sono sviste che capitano agli storici.

Per capire come mai il giovane Pietro si trova a Ischia in quel 1497 bisogna ricostruire, per come è possibile, la sua avventura allargando lo zoom dalla sua piccola vicenda umana alla grande storia. Nel settembre 1494, quando un corpo di spedizione francese entra nel Piemonte agli ordini del Re Carlo VIII per scendere a conquistare il Regno aragonese di Napoli, il giovane Pietro

si arruola con gli invasori, in cerca della sua parte di gloria e di denaro. Ha poco più di 20 anni e in quel momento il Duca di Milano (del quale il feudo di Novi risulta aderente, cioè è una specie di protettorato) è ancora in ottimi rapporti con Carlo VIII,che infatti attraversa la Lombardia e la Liguria senza incontrare ostacoli. Quindi è del tutto normale che il giovane Pietro (con il consenso di suo padre Battistino) si aggreghi ai nuovi venuti in cerca di un po’ di gloria e di soldi nel Mezzogiorno entrando nei ranghi del Capitano Debitot. Ha con sé due balestrieri e un uomo d’arme che si chiama Oliviero.

Le ricchezze di cui dispongono padre e figlio Fregoso non sono molte, dopo che Battistino è stato cacciato dal Dogato di Genova, mentre invece l’avventura di Napoli sembra facile e all’inizio, infatti, ha pieno successo. “In trèdese dì Carlo prese quasi tutto il Reame” commentano[3] meravigliati due contemporanei, il comandante francese di Pietro è il francese Debitot. Non sappiamo nulla di quali imprese compia il giovane Pietro in quella Campagna di Napoli che però, piano piano, da una facile marcia di conquista si tramuta in una dura lotta per mantenere sotto controllo il Mezzogiorno peninsulare conquistato, fino a quando nell’estate 1495 il Re Carlo VIII è costretto a ritirarsi a Nord, lasciando nel Mezzogiorno soltanto un presidio che però verrà presto sopraffatto dagli Spagnoli.

 

Come Pietro Fregoso è finito in carcere

E’ così che il giovane Pietro, prigioniero di guerra, finisce dietro le sbarre del possente Castello aragonese di Ischia cioè in una prigione da cui è praticamente impossibile fuggire. Non rimane che chiedere di essere riscattato. Da questa galera (dove però non se la passa poi tanto male come lui piange) Pietro affida perciò le sue lettere ad un uomo che è al servizio del condottiero filo francese GianGiacomo Trivulzio che sta rientrando a nord, e quindi le potrà consegnare in qualche stazione di posta sicura.

Ma nel frattempo anche nell’Italia settentrionale molte cose sono cambiate da quando Pietro l’ha lasciata per marciare a Sud. L’esercito francese in ritirata verso nord, nell’agosto 1495 è stato affrontato a Fornovo da una coalizione di Stati italiani, è riuscito a sfuggire a quella stretta, e a ritirarsi fino ad Asti passando per Tortona e Novi, e poi in Francia. Però molte alleanze nel frattempo si sono ribaltate ed ora i Milanesi si trovano schierati contro i Francesi, ed un personaggio come GianGiacomo Trivulzio[4], che all’inizio era un fedele colonnello del Duca Sforza, ora si trova a militare a fianco dei Francesi e contro lo Sforza. Pure il padre di Pietro, Battistino, ora si trova schierato dalla parte dei Francesi, anche se il suo feudo di Novi (dove lui non si fa vivo da qualche anno pur nominando il Comandante del Castello) continua a rimanere sotto il protettorato del Duca di Milano come “feudo raccomandato”. Un ribaltone, insomma, che ricorda molto quello che avverrà in Italia l’8 settembre del 1943,… perché la Storia non inventa mai nulla di nuovo.

Dato che si trova in prigione ormai da due anni, quasi sicuramente Pietro è al corrente di questi drammatici cambiamenti ma non degli ultimi sviluppi, che coinvolgono anche suo padre e Novi.

Come mai Pietro Fregoso scrive queste lettere che pubblichiamo qui di seguito? Perché i prigionieri di guerra di un certo livello, appartenenti a famiglie che si potevano permettere di pagare il loro riscatto, di solito venivano liberati mediante un versamento concordato di soldi, gioielli, cavalli o altro. Questa cosa era considerata del tutto normale ed era il naturale seguito di tutti i trattati di pace. Pietro si rivolge infatti a tutte le persone che conosce e che possono aiutarlo ad uscire dalla scomoda situazione in cui si trova.

 

Scritte con la penna d’oca seguendo la falsa riga

Le lettere sono assolutamente prive di punteggiatura e di maiuscole, e sono scritte a caratteri molto grossi. Oggi si direbbe in corpo 16. Pochissime le correzioni ma si capisce che scrivere lettere non è proprio un’abitudine per il giovane novese, che se ne intende più di spada che di penna. Le righe però sono molto ordinate, perché il giovane si serve evidentemente di una falsariga, posta come guida sotto il foglio che sta scrivendo con la penna d’oca. La prima lettera è indirizzata a suo padre Battistino, che in quel momento si trova proprio vicino alla sua Novi. Naturalmente il giovane prigioniero non può nemmeno immaginare questi particolari ma, proprio mentre lui manda le sue accorate lettere da Ischia, un corpo di spedizione di italiani foraggiati dai Francesi, partendo da Asti sta per entrare in Novi, che fino al giorno prima si trovava sotto il pieno controllo di truppe milanesi.

Poiché il Castello di Novi è tenuto da un Castellano rimasto fedele a Battistino e perciò il paese risulta per loro indifendibile, i milanesi hanno deciso[5] di abbandonare Novi ritirandosi nella più sicura Serravalle. Ma, prima di evacuare Novi, bruciano tutto il fieno conservato nelle cascine del paese e spargono per terra il vino che si trova nelle cantine, in modo da togliere i mezzi di sussistenza al nemico subentrante. La data esatta[6] di questi fattacci è il 24 gennaio 1497 mentre le lettere sono datate 4 febbraio, ma naturalmente il giovane prigioniero non può sapere nulla di tutto questo, data la sua condizione.

Le lettere sono affidate a un servitore del capitano filo francese GianGiacomo Trivulzio, il quale Trivulzio in quel momento (ma anche questo il prigioniero non può saperlo) si trova proprio insieme a Battistino Fregoso nell’Astigiano.

Ecco il testo della prima missiva, diretta a suo padre Battistino, a cui dà del voi:

“Ill.mo Signor mio padre, da me sempre colendissimo, benché per due altre [lettere] mie ho dato avviso a VS della mia prigionia, al presente torno ad avvisarLa come mi trovo qua in questo Castello de Hischia, prigioniero sotto la obbedienza e gubernazione della signora Contessa de la Cierra, sorella della mogliere[7] del signor GianGiacomo Trivulzio[8], la quale per sua benignità mi tratta come se fossi suo proprio fratello[9]. Credo che VS abbia inteso come Oliviero[10] è morto di febbre sopra la nave dei Francesi, li quali se ne tornavano[11] in Francia; e anche due altri miei famigli sono morti. Qua per mio servizio non ho altro, salvo che Tommaso ragazzo[12]. La mia roba e i miei cavalli sono stati saccheggiati e rubati. VS pensi con che animo debba stare, vedendomi qua solo in questo carcere e abbandonato, primamente da VS e poi da tutti i miei parenti, proprio come se fossi un Turco ovvero un uomo che VS non avesse mai conosciuto[13]. Una cosa ricordo a VS, cioè che sono stato e sarò obbediente figliolo suo finché durerà questa povera vita in lo mio dolorato corpo.

Signore, se mai figliolo ebbe grazia dal padre e se io fui mai degno di avere grazia da VS, le domando con le lacrime agli occhi e in ginocchioni umilmente questa grazia, che mi vogliate più presto che sia possibile liberare da questa oscura e incontenta carcere, e non tardare più; perché questo maggio che viene saranno due anni che io sono prigioniero[14] e mi pare oramai di avere purgato i miei peccati in questa oscurità.

VS potrìa dire che io sono prigioniero e sono stato pigliato [catturato] come poltrone [vigliacco]. Rispondo che se io sono stato pigliato, fui pigliato con la spada alla mano e non mi lasciai pigliare vilmente, e ancora non fui pigliato [da] solo quella sera, perché [fu] sorpreso in compagnia mia lo Capitano dei balestrieri e due altri uomini d’arme, come si può informare dal Debitot, mio Capitano, il quale al presente si trova in Francia. Una cosa notifico a VS, come io ho da morire in battaglia ovvero alzerò e risusciterò il nome [dei Fregoso] che tengo, e questo sarà infalanter.

Iterum prego VS che voglia mandare Marchetto ovvero messer Luigi circa la procurazione della mia libertà, e scrivere una lettera a questa signora Contessa, come meglio saprà VS fare tutte queste cose che io pensarle. VS faccia intendere e vedere e parlare al Re [di Francia] il Debitot, mio Capitano, se fosse possibile recuperare li denari che mi deve dare il Re di Francia del soldo mio, cioè della mia persona, per un uomo d’arme e di due balestrieri per me e del soldo della persona di Oliviero, che esercitava l’officio di balestriero. Che sono tre [paghe]. Il pagamento è di disdotto mesi.

Signore, se il Re di Francia ovvero qualche Officiale suo non vi volesse dare la mia pensione, VS gli può fare intendere che quando io restai in questa Reame [di Napoli] con volontà di Sua Maestà e del Monsignore di Miolans[15] insieme con Luigi Tagliante ne parlarono per parte mia a sua Maestà. In questo mezzo, VS mi voglia fare provvedere di qualche denari per via di qualche mercadante genovese [di passaggio per Napoli], perché io al presente sto in forma che potrìa cantare quel verso di Catone ’infantem nudum cum te natura creavit’.

Faccio avvisata VS come Orlandino Fregoso[16], marito di madonna Griselda, è morto in Roma e prego VS gli sia raccomandato quello suo povero e unico figliolo masculo, solamente per amore di quell’anima di Oliviero, il quale m’è stato buon parente e miglior servitore. Non altro. Mi raccomando sempre a VS e la prego che più presto che sia possibile mi voglia cavare da questa miserabile carcere, come spero che farà.

Scritta nel Castello de l’isola de Hischia addì 4 di febbraio 1497

Colui che molto desidera di vedervi, il vostro umile e obbedientissimo figliolo

Pietro Campofregoso manu propria

 

La seconda lettera è per il fratello minore Marcantonio[17], che probabilmente vive presso gli zii Crotti nell’Astigiano ma comunque ben lontano da Novi:

Magnifico e mio carissimo fratello,

per avervi dato avviso della mia persona con un’altra lettera e non avere avuto risposta alcuna, molto me ne sono meravigliato. [Così] di nuovo vi torno ad avvisare come al presente mi trovo prigioniero qua in questo Castello dell’isola de Ischia sotto la gubernazione della signora Contessa de la Cierra, la quale è Viceregina di quest’isola ed è sorella della moglie del signor GianGiacomo Trivulzio. La quale per sua grazia mi tratta come se fossi suo proprio fratello, e vi prego che vogliate pregare e fare con nostro padre che mi voglia liberare più presto che sia possibile da questa trista e miserabile carcere e che voglia mandare Marchetto, cancelliere, ovvero messer Luigi, circa la procurazione della mia libertà e che non voglia tardare più, perché questo maggio che viene saranno due anni che io sono prigioniero e così spero in voi che farete ogni cosa per la mia libertà. Non altro. A voi e ad Amorato[18] mi raccomando. Conforterete messer Luigi da Crema da parte mia e Giapino, Bernardino, Galeazzino e il mio caro Alessandrino e il cuoco Gianpietro e Giuliano. Tutti li conforterete da parte mia.

Scritta nel Castello de l’isola de Hischia a dì 4 febbraio 1497.

Colui che molto desidera di vedervi, il vostro caro fratello

Pietro Campofregoso manu propria.

 

Lo zio Crotti

La terza lettera è per suo zio Giacomo Crotti, che si trova ad Asti. Crotti ha sposato una sorella di Battistino Fregoso ed ha servito Battistino in molte occasioni, a Novi ed altrove. In quel momento vive ad Asti (controllata dai Francesi, lo ripetiamo), da dove tiene i rapporti fra Battistino e gli uomini del feudo di Novi:

Magnifico e mio, come padre, onoratissimo,

benché l’altro giorno vi diedi avviso della mia infelicità, però di nuovo vi torno ad avvisare come al presente mi trovo qua in questo Castello di Ischia prigioniero, sotto la gubernazione della signora Contessa de la Cierra, sorella della moglie del signor GianGiacomo Trivulzio, la quale per sua umanità mi tratta come se fossi suo proprio fratello. E però voi, per amor mio, vi prego vogliate andare a visitare la moglie[19] del signor GianGiacomo [Trivulzio] e ringraziarla del buon trattamento che mi fa la signora sua sorella, e anche confortarla perché nuovamente è morto un suo fratello, il quale molto mi amava. E, ancora, sarebbe bene per me che voi faceste [in modo] che la moglie del signor Trivulzio facesse una lettera di raccomandazione per me a questa signora Contessa, sua sorella, come saprete fare voi, meglio che io pensare.

Credo che abbiate inteso che Oliviero è morto di febbre sopra la nave, insieme con i Francesi che se ne tornavano in Francia, e due altri miei famigli sono morti. I miei cavalli e la mia roba sono stati saccheggiati e rubati. Pensate voi con che animo debbo stare, trovandomi in questo luogo, solo e abbandonato dal signor mio padre e da tutti i miei parenti, come se fossi proprio un Turco ovvero uno che non avessero mai conosciuto, E però voi, dal canto vostro, sforzatevi di fare con il signor mio padre che, più presto che sia possibile, mi voglia cavare da questo miserabile carcere, ché ormai mi pare tempo di aver purgato i miei peccati, e questo maggio che viene saranno due anni che io sono prigioniero. Però pregate il mio signor padre che non voglia tardare più a liberarmi da questa infelicità e che si voglia ricordare ch’io pure gli sono figliolo.

Ricordatevi di rispondermi a questa lettera e di avvisarmi dove e in che luogo si trova il mio signor padre e li miei carissimi fratelli, e della salute loro, perché da quando sono prigioniero, mai non ne ho avuto nuova alcuna, salvo due mesi fa che io ho ricevuto una lettera di Bartolomea[20], mia sorella, e un’altra di madonna Brialangia e da Camilla, vostra figliola, le quali erano molto seccamente [asciuttamente] scritte.

Dal presente portatore, che è servitore del signor GianGiacomo Trivulzio, potrete intendere come sto, perché ha parlato con me. Io scrivo una lettera al signor mio padre e a Marcantonio, mio fratello. Vi prego che vogliate dargli buon recapito per amor mio e che vengano nelle loro proprie mani.

Non altro. A voi mi raccomando.

Scritta nel Castello dell’isola di Hischia a dì 4 febbraio 1497.

Colui che molto desidera di vedervi, il vostro come figliolo

Pietro Campofregoso manu propria.

 

A sua sorella Bartolomea Campofregoso in Crotti[21]:

Molto mia carissima sorella,

benché il mese passato vi diedi avviso del mio ben stare di sanità di corpo e mai non ho avuto alcuna risposta, al presente vi torno ad avvisare come mi trovo qua in questo Castello sotto la gubernazione della signora Contessa de la Sierra, sorella della moglie del signor GianGiacomo Trivulzio, la quale per sua grazia mi tratta come fossi suo proprio fratello. Al presente qua per mio servizio non ho altro che Tommaso, mio ragazzo. Oliviero credo che abbiate inteso come è morto di febbre sopra la nave insieme con li Francesi, e anche Orlandino Fregoso, marito di madonna Criseide è morto in Roma di febbre. E però ricordatevi di raccomandare questo suo povero e unico figliolo al signor nostro padre, come credo che farete per amor mio, e anche manderete a dire da parte mia a madonna Criseide che, per amor mio, non si voglia pigliare malinconia se è morto suo marito. Abbia pazienza, ché tutti siamo mortali. Oliviero è morto qua in servizio mio e faccia conto che io le sono e sarò sempre in luogo di Oliviero, [come un] suo fratello, se Dio mi presta grazia che una volta esca in libertà, farò tal cosa con lo signor nostro padre che vedrà che suo fratello non avrà servito un uomo ingrato. L’altro mio ragazzo[22] è morto e credo che Bartolomeo, figliolo de la mia mamma[23] Isabella, sia morto. La mia robba e i miei cavalli sono stati saccheggiati. Pensate con che animo devo stare, e perciò voi sollecitate con lettere e con il signor mio padre che mi voglia cavare da questa trista e misera prigione e non voglia tardare più, perché questo maggio che viene sono due anni che sono in questa prigione, e come spero in voi che farete. Ricordatevi senza fallo di rispondermi a questa lettera più presto che sia possibile e avvisarmi dove e in che luogo si trova il signor nostro padre e i nostri fratelli e della buona sanità di loro.

Dal presente portatore potrete intendere come sto perché lui ha parlato meco, il quale è uomo del signor GianGiacomo Trivulzio. Non altro. A voi e ad Antonia e alla mia cara Harquilea mi raccomando. Mandatemi a raccomandare alle nostre sorelle[24] del monastero e gli manderete a dire da parte mia che facciano buone orazioni per la mia libertà. Confortate Agnese Maria Dorotea da parte mia.

Scritta nel Castello dell’Isola di Hischia a di 4 febbraio 1497.

Colui che molto desidera di vedervi, vostro caro fratello Pietro Fregoso manu propria.

 

Alla zia Bernardina[25] Crotti in Asti

Magnifica e cara come madre da me sempre onorata,

per avere, già fa un mese, risposto a una vostra lettera e non avere avuta risposta alcuna, del che mi sono molto meravigliato, vi torno ad avvisare come al presente mi trovo prigioniero qua in questo Castello. Raccomandate al signor mio padre questo suo unico figliolo maschio, solamente per amore di quell’anima di Oliviero, il quale mi è stato buon parente e miglior servitore e per giunta è morto qua in servizio mio. Ricordatevi di sollecitare il signor mio padre che mi voglia liberare e che non voglia tardare più, perché questo maggio che viene saranno due anni che io sono prigioniero in questa oscura prigione e che si voglia ricordare che pur io gli sono figliolo.

Ricordatevi più presto che sia possibile di rispondermi e avvisare dov’è e in che luogo si trova il signor mio padre e i miei carissimi fratelli e come stanno di sanità. Dal presente portatore, il quale è servitore del signor GianGiacomo Trivulzio, potrete intendere come sto, per avere parlato con meco. D’un’altra cosa vi avviso: il fratello della moglie del signor GianGiacomo novamente è morto. Non altro. A voi mi raccomando.

Scritta nel Castello de la isola di Hischia, 4 febbraio 1497.

Colui che molto desidera di vedervi, il vostro figliolo Pietro de Campofregoso manu propria.

 

L’ultima missiva che parte da Ischia è per il cancelliere Marcheto.

Marcheto mio carissimo, credo che abbiate inteso la mia prigionìa e per questo non vi scriverò più lungamente. Ma per essere al presente morto Oliviero, per amor mio vogliate dire al signor mio padre che voglia riscuotere quel cappello di perle che ha impegnato a messer Filippo Copulano in Piacenza, che voi conoscete, per 160 testoni milanesi di quelli che valgono tre carlini l’uno. Il cappello lo impegnò Oliviero da parte mia. E anche voglia riscuotere quella gioia che è in pegno per 20 corone d’oro a messer Francino[26] a Tortona. Per questa [lettera] a voi e a messer Luigi di Crema mi raccomando. Ricorderete al signor mio padre che più presto che sia possibile mi voglia liberare da questo carcere, come spero in voi che farete ogni cosa per la mia liberazione.

Scritta in questo Castello dell’isola de Hischia, a dì 4 febbraio 1497.

Il vostro Pietro de Campofregoso manu propria.

Va chiarito a questo punto un fatto. Abbiamo trovato tutte queste lettere nell’Archivio di Stato di Milano, sia pure divise in due fondi separati (Autografi 60 e Sforzesco 1193), e quindi è chiaro che le missive sono state (non sappiamo dove e come) intercettate dalla polizia sforzesca e che non sono mai arrivate alla loro destinazione; perciò non poterono avere alcun effetto. Ma è altrettanto chiaro che il giovane Pietro, grazie alla situazione di favore di cui godeva nel Castello di Ischia, ne scrisse ancora alcune altre che comunque ebbero effetto se alla fine, non sappiamo quando e come, egli venne liberato dal Castello e tornò nell’Italia settentrionale. Secondo la fonte[27] citata, Pietro “dovette restare a Novi ininterrottamente da 1499 al 1512, chiuso nel proprio Castello nei momenti difficili” ma questa ci sembra una semplificazione del tutto improbabile.

 

In esilio a Ferrara insieme al padre

Di sicuro sappiamo che alla fine del 1497 suo padre Battista verrà a patti[28] con il Duca di Milano e che il decimo punto dell’accordo prevede che “il Duca promette che si scoderà [pagherà il riscatto di ] messer Pietro, suo primogenito, prigioniero del serenissimo Re Federico senza alcuna spesa di messer Battista”. Il Duca Sforza aggiunge che il Re di Napoli, “avendogli Noi fatto parlare di questo nei dì prossimi”, probabilmente tramite l’Ambasciatore, “rispose di essere contenta di liberarlo ad ogni nostra petizione. E perciò promettiamo di soddisfare a quello che messer Battista ci ricerca”. Sono passati ben dieci mesi dalle lettere di Pietro, che finalmente lascia Ischia e rientra a nord. Un altro punto dell’accordo firmato da suo padre e dal Duca precisa però: “Siamo contenti che li fioli de messer Battista possino andare e stare in luoghi di Signori che ci siano collegati [alleati] e condursi [arruolarsi] con loro, eccetto quello che avrà a stare appresso Noi” come ostaggio.

Da parte sua Battistino, in base allo stesso accordo, ha promesso di andarsene in esilio a Ferrara dall’inizio del 1498 con uno stipendio di 2mila ducati all’anno e che Pietro, ormai liberato e rientrato, lo seguirà in quell’esilio, anche se sta cercando un ingaggio[29] presso il Marchese di Mantova. Invece muore poco dopo un fratello minore di Pietro, Amorato, proprio quello che in base all’accordo vive alla Corte milanese quasi come ostaggio di famiglia, ed il suo posto verrà preso proprio da Pietro: “Se manderete Pietro lo vedremo volentieri e sarà benvenuto, e si cumulerà in lui l’amore che portavamo ad Amorato”, assicura[30] il Duca di Milano al padre Battistino. Il quale da Ferrara raccomanda[31] il suo Pietro al Duca: “E’ già stato in guerra con i Francesi a Napoli e l’è Cavaliere”. Le dure prove lo hanno fatto maturare velocemente ma Pietro non trova nemmeno i soldi per trasferirsi dignitosamente alla Corte milanese: “Non per difetto di negligenza né mancamento di servitù”, si scusa[32] il giovane, e spiega al Duca che “le entrate di Novi sono assegnate [riservate] alla dote d’una mia sorella novamente [da poco] maritata, per modo che mio padre non mi ha potuto provvedere. Non avendo né cavalli né altra cosa, me ne vegnerò come meglio potrò, se anche dovessi venire a piedi”. Non sappiamo se Pietro abbia poi trovato i mezzi e il tempo per trasferirsi da Ferrara alla Corte di Milano ma quando, un anno dopo, i Francesi invadono e occupano il Ducato di Milano, suo padre Battistino cercherà ancora di piazzare bene il suo primogenito:”Sia perpetuo Ammiraglio di Genova”, chiede. La cosa non riesce e Battistino dovrà limitarsi a dedicare al suo Pietro il secondo libro che scriverà nel suo ozio di Ferrara, cioè il “De dictis factisque memorabilibus collectanea”.

Su Pietro Fregoso il Litta scrive queste righe: “Espulsa la casa Sforza dalla Lombardia nel 1500 e divenuti i Francesi signori di Genova, viveva nella sua Rocca di Novi. Quando [nel 1512] i genovesi si ribellarono a Luigi XII e il Re si vendicò di essi facendo tagliare la testa a Paolo Cavanna, che avevano proclamato Doge, Novi gli fu militarmente occupata dai Francesi e ciò forse perché quel Castello era la patria di quel Doge. Era egli perciò divenuto inimicissimo dei Francesi, onde si diè moto nel 1512 per cooperare alla Lega immaginata da [Papa] Giulio II per cacciarli dall’Italia. L’impresa riuscì e i Francesi si ritirarono. Pietro era rientrato a Genova e pretendeva che gli fosse concesso il governo. Vi fu un grosso alterco col cugino Giano ma gli amici di famiglia si misero di mezzo, e Giano fu salutato Doge. Pietro fuggì poi da Genova riconquistata dai Francesi, in cui ritornò perché, per opera degli Imperiali, Ottaviano Fregoso era asceso al Dogato. Negli ultimi giorni del 1527 offriva da Novi, dove si trovava, i suoi servigi alla Francia per le cose d’Italia. Nel 1529 gli furono offerti 15mila scudi se cedeva Novi alla Repubblica ma ricusò, lasciando alla moglie e a Livio Crotti[33], suo cugino, ch’era impiegato presso il Conte di Saint Paul, capo di un corpo d’esercito francese, la difesa di Novi e si ritirò ad Alessandria. La moglie era donna crudele e altera, onde aborrita, cosicché gli abitanti provocati anche dalla famiglia Cavanna, diedero Novi in mano ai Genovesi. La moglie andò alla Corte imperiale ma non fu ascoltata. Pietro morì oscuramente nel 1548, ultimo della sua linea”. Una lettera[34] del 1513 parla ancora di Pietro a Novi.

Pietro Fregoso conobbe di persona anche il novelliere castelnovese Matteo Bandello che gli dedicò[35] infatti la novella XVI della terza parte delle sue Novelle, qualificandolo come “Signore di Novi” e comunicandogli come, “avendola scritta, ve la mando e dono per segno della mia servitù. State sano”. Secondo il Bandello (che, però, spesso appare poco credibile) si sarebbero incontrati a Verona “in casa del signor Cesare Fregoso”. Anche Auriga Gambara era in corrispondenza con il Bandello, che la cita nella Novella XXXVI.

NOTE

[1] ) Per complicare il compito del ricercatore, queste missive sono state divise dal caso : alcune sono finite nel Fondo sforzesco e altre nel Fondo autografi dell’Archivio di Stato di Milano.

[2] ) Pietro I° Fregoso fu Doge di Genova fino al 1458 quando la città fu ripresa dai Francesi. Pietro si ritirò allora nel suo feudo di Novi insieme alla sua famiglia e da lì fece molti tentativi per rientrare a Genova, fino a quando venne ucciso in uno scontro nei carruggi della città che stava cercando di riconquistare.

[3] ) G.G.Albriono, G.A.Rebucco, Vita del magno Trivulzio, Milano 2013.

[4] ) Cognato, come si è detto, della moglie del Castellano di Ischia.

[5] ) I.Cammarata, Terra bruciata a Novi-Tattiche di guerra sforzesche in Novinostra XLII, dicembre 2002.

[6] ) I.Cammarata, Terre di mezzo, cronache sforzesche della zona cuscinetto tra Milano e Genova (1447- 1430), Voghera 2006.

[7] ) Si trattava di Costanza d’Avalos d’Aquino, sposata in seconde nozze nel maggio 1488 dal Trivulzio.

[8] ) Il Trivulzio, passato dalle file milanesi a quelle dei Francesi, in quel momento si trovava proprio insieme al padre del prigioniero, entrambi impegnati in azioni di guerriglia contro i Milanesi fra Piemonte e Liguria.

[9] ) La condizione di Pietro non era dunque così infelice come invece alcune sua frasi lasciano credere.

[10] ) Si trattava probabilmente di un famiglio al servizio di Pietro.

[11] ) Dopo avere constatato che era impossibile tenere il territorio napoletano conquistato.

[12] ) Cioè giovane cameriere.

[13] ) E’ evidente il tono di rimprovero verso il genitore lontano che, forse, conosce la sua sorte ma non è intervenuto. Almeno questo è il sospetto del giovane, che però non tiene conto di quanti ostacoli doveva superare una lettera prima di arrivare a destinazione.

[14] ) Pietro era stato fatto prigioniero nel maggio 1495.

[15] ) Louis de Miolans era un capitano francese che il 17 luglio 1495 era stato sconfitto e catturato a Rapallo mentre comandava una flotta francese che trasportava in Francia il bottino fatto a Napoli.

[16] ) Orlandino figura fra i prigionieri catturati nella battaglia di Rapallo (vedi nota precedente).

[17] ) Di Marcantonio rimane una lettera del 1513 al Duca di Milano (ASMi Sforzesco 1284. Novi, 19 marzo 1513) in cui si scusa di non essere andato a Milano “per il tradimenti et assassinamenti che in questa Terra [Novi] si sono scoperti verso de mì e di mio fratello” offrendosi di mettere a disposizione una compagnia “di duemila fanti” ma più tardi verrà accusato (ASMi Sforzesco 1394. Tortona, 19 luglio 1513) di avere tentato di prendere “il Castello di Tortona a nome dei Francesi” e poi di essere stato costretto a ritirarsi a Novi ”dove sempre si sono ricettati i fuorusciti di Tortona”. Il fratello Pietro si scuserà (ASMi Sforzesco 1284. Novi, 29 marzo 1513) di non poter andare “mì medesimo alla presenza di VE a rendergli testimonio della fede e servitù che le porto” e invece manda a Milano GianPaolo Anfossi. Poi Pietro si mette a disposizione del Duca “ancorché le mia facoltà siano tenuti” (ASMi Sforzesco 1283. Novi, 16 maggio 1513) ma è costretto a difendersi dall’accusa “che io do ricetto ai suoi ribelli” a Novi (ASMi Sforzesco 1284. Genova, 22 luglio 1513). Mentre lui si trova a Genova, la moglie Auriga scrive (ASMi Sforzesco 1284, Novi, 23 luglio 1513) al Duca di Milano che “li fioli di GianAndrea Girardengo e molti altri compagni, banditi da Novi”, stanno tramando contro il marito e “perseverano ogni giorno di male in peggio e hanno rubato alla strada molti bovi”, trovando rifugio poi in quella “spelonca di ladroni” che è diventata Pozzolo.

[18] ) Era un altro fratello di Pietro.

[19] ) La donna probabilmente risiedeva nella stessa Asti o comunque nella parte d’Italia settentrionale controllata dai Francesi.

[20] ) Aveva appunto sposato il Crotti.

[21] ) La ragazza aveva preso il nome di sua nonna, la celebre Bartolomea Grimaldi in Fregoso, moglie di Pietro I Fregoso Doge di Genova fino al 1458 e nonna di Pietro.

[22] ) Era questo il titolo con cui erano qualificati gli aiutanti dei cavalieri.

[23] ) Probabilmente era la balia che aveva allattato Pietro.

[24] ) Probabilmente Battistino Fregoso aveva fatto entrare in qualche convento le figlie più piccole rimaste senza madre dopo la morte di sua moglie.

[25] ) Bernardina Fregoso, sorella minore di Pietro e figlia di Battistino, aveva sposato Giacomo Crotti.

[26] ) Non conosciamo questo personaggio che evidentemente svolgeva la funzione di banchiere.

[27] ) Dizionario Biografico degli Italiani, Vol.50 (1998).

[28] ) ASMi Sforzesco 1138, Milano, 2 novembre 1497.

[29] ) ASMi Sforzesco 1229, Milano, 10 giugno 1498.

[30] ) ASMi Sforzesco 1282, Milano, 27 settembre 1498.

[31] ) ASMi Sforzesco 339, Ferrara, 29 settembre 1498.

[32] ) ASMi Sforzesco 339, Ferrara, 10 gennaio 1499.

[33] ) Era figlio di Giacomo Crotti e di Bernardina Fregoso.

[34] ) ASMi Sforzesco 131, Alessandria, 11 giugno 1513.

[35] ) M.Bandello, La terza parte de le novelle, Alessandria 1995.

 

(NOVINOSTRA, Anno LIII, n.2 , dicembre 2013)


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