L’apparato decorativo della Santissima Trinità

di CHIARA VIGNOLA

Le notizie pervenute in merito alla storia della confraternita della Santissima Trinità sono state pubblicate dagli storici locali sino al 1994[1]. L’insieme dei documenti studiati venne da quel momento in poi riposto dietro una finta porta e da allora se ne perse memoria, fino a che una ricerca accurata con il supporto del parroco della Chiesa di San Nicolò[2] ha permesso a chi scrive di ritrovare l’intero corpus d’archivio presso la medesima parrocchia. La lettura dei documenti permette di aggiungere notizie fondamentali che ci consentono di riscrivere la storia delle committenze e degli incarichi ad artisti e artigiani locali e genovesi, che lavorarono per i confratelli dal XVII secolo.

Il 23 aprile 1633 viene dato l’incarico per la realizzazione della cappella di San Carlo fatta dal maestro Tubino millanese; la licenza dal Vescovo per realizzare detto altare era stata ottenuta nel 1617[3]. Nel 1643 viene effettuato un pagamento al maestro Pietro Riva stuccatore per la fattura dell’altare maggiore; nel 1636 5 lire spese per un quadro della santissima Trinità da mettere in mezzo all’ancora dell’altare maggiore; nel 1637 viene pagato il pittore Giuseppe Badaracco per fattura di un gonfalone[4].

Le ultime due notizie ci dicono che nel 1636 viene realizzata un’ancona per l’altare maggiore e non si fa già più menzione dell’opera del Boxilio[5] e che nel 1637 c’è un primo contatto con la bottega di Badaracco, fatto che ci conferma la conoscenza e il rapporto tra la Confraternita e la bottega del pittore genovese.

Tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento il grande rinnovamento, accompagnato dall’importante impegno economico dei confratelli, conferisce agli altari della chiesa e all’apparato decorativo la configurazione attuale. Fondamentale per ricostruire il percorso della confraternita mirato al rinnovamento settecentesco il Libro di Cassa delle entrate et uscite di anno per anno dal 1709, all’interno del quale le commissioni, gli incarichi e gli impegni economici.

Nel 1709 i confratelli sono impegnati in un’importante operazione che ha la durata di un anno: è possibile leggere tutta la vicenda della raccolta fondi e la committenza per la realizzazione della statua da processione che rappresenta la Santissima Trinità[6].

Questo documento d’archivio ci fornisce la datazione della cassa processionale in cartapesta che, seppur oggetto nel corso dei secoli di numerosi e invasivi restauri, è giunta sino a noi. Il deputato a tale incarico è Gio Tomaso Cambiaggio che insieme a Carlo Masardo nell’intento di dare all’oratorio una Maestà in statua che rappresentasse la Santissima Trinità da portare in processione nel giorno della festa omonima, affidano tale incarico a Paolo Serra e Pio Mario Bovone impegnandosi a pagare per tale opera L. 500. Come si legge sul documento originale la confraternita deteneva un disegno di tale opera, che era stato approvato dalla congregazione e riposto in archivio segreto. Il Serra e il Bovone vengono incaricati di realizzare la statua con l’obbligo di farla tale e quale e finita di tutto punto, sulla base del disegno del quale non viene indicato l’autore.

La vicenda non si conclude con il semplice pagamento del lavoro ai due incaricati, ma si sviluppa ulteriormente con il ricorso a un giudice per la maggior richiesta di denaro dai due artigiani. Curiosa per noi contemporanei la lettura tra le righe della preoccupazione crescente del Cambiaggio e del Masardo che si vedono sempre più impegnati economicamente per l’attuazione della proposta di realizzare la statua.

I due artigiani infatti, per aver realizzato una Maestà riusita di tutta perfetione con gran aplauso universale per tutti, li fu di motivo alli d. Operari di pretendere più del’acordato con pretensione di non darla se non si cresceva una grosa soma, con farne chapire in varie chose il gran dischapito che le avevano, e bisogno richore dal Giudice, e dal Med.o fu ben inteso le N.re Ragioni,doppo di che si intermise altre persone et apersuasiva del Med.o Giudice fu amichalbimente achordata, che a titolo di benemerito le dovesimo fare un regalo di venti filippi dimmodo però che I’ Med. Operari facessero quelle gionte che si achordo come da’ poliza si vede il tutto, e d.a pliza si e mesa nel sopra d. archivio asieme del sopra d.o Instrumento, dove che dinovo abiamo sborsato £112[7].

Il giudice accordò ragione agli artigiani per cui la confraternita fu costretta ad un esborso ulteriore cui si andò ad aggiungere anche il lavoro di muratura per l’abbattimento della la porta grande della Chiesa, e dinovo refatta, con la porta e tutte le spese necessarie, a fine che sia capace di poter intrare e sortire la d.ta N.ra Maestà, perché prima non si poteva; et anche altre spese fatta nella Cassa e le stanghe In tutto speso 114[8].

L’obiettivo era quello di avere una statua per le processioni che avesse una collocazione in chiesa per la devozione quotidiana dei fedeli, da cui la necessità di poter agevolmente entrare ed uscire dalla chiesa, cosa alquanto complessa data l’imponenza della cassa processionale che nella sua complessità ha un’altezza di circa cinque metri. E più dopo che fu passato il giorno della N.ra Solenità che è quando si Mise in Veneratione la d. Maestà, bisognò fare un’altra spesa per ben colocarla per adeso, e facesimo tutto quello che oggi si vede sopra l’altar magiore, ….(…) tra I gradini dal’altare, e pitura, et ogni altra cosa In tutto si è speso £ 73.6[9].

È a questo punto che la vicenda si concentra sulla ricerca serrata da parte dei due deputati di elemosine per tentare di pareggiare un bilancio ormai sforato: il documento di cinque pagine si chiude con uno sconsolato Cambiaggio che riassume i crediti dei deputati nei confronti della compagnia.

Quali si dovranno rimborsare secondo l’ordine che li è stato assegnato dalla congregasione come al libro delli ufficiali si vede. Si dichiara per le sudette lire ducentocinquantasette che restano creditori li sud.tti deputati essendo anche Guardiani; per suo solievo li altri due compagni Guardiani hanno voluto hancor loro essere à parte di (…..) si che restano traò quattro creditori di questa partita[10].

Il sig. Gio’ Tomaso Cambiaso Guardiano e deputato L. 75:16

Sig. Carlo Fran.co Massardo Guardiano e deputato L. 88:12

Sig. Fran.co M.a Vaccaro Guardiano L. 46:6

Sig. Gio’ Batta Massa Guardiano L. 46:6

Si chiude così la vicenda di un’opera tra le più interessanti dell’apparato decorativo della confraternita, realizzata interamente in cartapesta e tessuto, quella scultura denominata nella cultura popolare novese Il Padreterno, oggetto di numerosissimi interventi già pochi anni dopo la sua consegna, che rappresentava un vanto per i confratelli e che ancora negli anni ’70 del Novecento veniva portata in processione per le vie della città: giunta sino a noi è ora in attesa di un restauro conservativo che la restituisca alla storia della città.

Torniamo alle carte d’archivio e proseguiamo nell’avvicendamento del rinnovamento settecentesco. Nei primi anni ’20 un Chiappe lavora già per la Confraternita: nel 1721 viene pagato Giacomo Chiappe orefice per acconciare l’ostensorio come da mandato e allo stesso nel 1739 pagato L 12:16 per aver agiustato la lampada, turibile, navetta, ostensorio e pace d’argento e il tutto imbiancato[11].

Giovanni Battista Chiappe nasce a Novi nel 1723 e Ratti ci dice che apprese i rudimenti in città senza specificare la bottega[12]. La notizia di un orefice attivo a Novi negli anni ’20 di nome Giacomo Chiappe fa luce sulla formazione di Giovanni Battista il quale potrebbe essere avviato alla pittura all’interno della bottega di questo parente diretto.

Dal 3 agosto 1738 si inizia a parlare delle spese per il rinnovo delle cappelle e i primi interventi di restauro sulla statua da processione, nonché tutte le spese per realizzare l’altare e la relativa nicchia per custodirla. A tal fine viene conferito dal deputato Giacomo Maria Guencio un grosso incarico a Antonio Baratta (o Beretta) stuccatore, con gli atti correlati del notaio sig. Clavario[13]. Baratta (o Beretta) deve, tra i vari lotti affidatigli, realizzare il nicchio che a noi viene tramandato come macchina per la collocazione della statua da processione. Tale nicchio è composto da un altare mobile in legno dipinto a finto marmo, il vetro è dotato di un sistema di carrucole per essere sollevato e consentire l’uscita della statua posizionata e poi fatta scorrere sui binari di legno.

Viene altresì incaricato con il pagamento di L 40 per fattura del stucco dell’Oratorio. Nello stesso anno viene incaricato l’intagliatore Gio. Batta Roncallo per realizzare sedici raggi in legno aggiunti alla sfera della corona della statua, primo questo dei vari e successivi interventi sulla cassa con aggiunte che si stratificano nel corso degli anni. Lo stesso autore della statua da processione, Paolo Serra, viene chiamato più volte con vari acconti su un onorario importante di L 200 nel 1738, e di L 45 a saldo di altro incarico, nel 1742. Tra le commissioni a Serra si riesce ad individuare la richiesta di intervento per restaurare (ristorare) la statua, con il concomitante acquisto di calcina e gesso. Al termine della seconda pagina che elenca le spese fatte per le Cappelle della chiesa leggiamo un pagamento considerevole di L. 770 di Genova moneta corrente quali sono L. 900 di Milano a saldo del lavoro di Luigi Fasce e figlio e Antonio Baratta (o Beretta) per la gessatura delle due cappelle. Siamo nel 1738 e per rinnovare le cappelle viene pagata un’ingente commissione all’impresario Baratta (o Beretta) e allo stuccatore Luigi Fasce.

Questo documento fondamentale rileva la presenza e l’opera del Fasce per l’oratorio della confraternita della SS. Trinità. Luigi Fasce nacque nel 1695 con ogni probabilità a Genova e si trasferì a Ovada in seguito al matrimonio con la moglie Giulia, dove visse fino alla morte sopraggiunta nel 1760[14]. L’opera di Luigi Fasce viene messa in luce da Daniele Sanguineti che identifica su base documentaria alcune piccole sculture risalenti agli anni ’40 e ’50 del ‘700 provenienti dalla chiesa di San Remigio di Parodi Ligure e giunte nell’oratorio di San Giovanni a Cadepiaggio[15]. Fulvio Cervini riferisce agli stessi anni il Battesimo di Cristo dell’oratorio del Santissimo Sacramento di Serravale Scrivia e attorno al 1730 l’immagine dinamica del San Rocco in Nostra Signora Assunta in Ovada e quella maggiormente classicheggiante del San Rocco nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Marziano di Bosio[16].

Fabrizio Ferla attesta a Luigi Fasce i lavori all’altare della Santissima Annunziata di Ovada testimoniati il 15 aprile 1736[17].

A Novi Ligure viene attestata la presenza del Fasce nella chiesa di San Pietro[18] rilevata dalla documentazione dell’archivio parrocchiale per la realizzazione della cappella del Crocefisso (fig. 1) costituita da statue di legno e gesso. Nel 1756 poi (pochi anni prima della scomparsa) viene effettuato un pagamento ad un signor Luigi di Ovada per la realizzazione della statua di San Pietro nel coro della parrocchia di Sant’Andrea (fig. 2)[19].

Sia le statue della cappella del Crocefisso di San Pietro sia la statua di San Pietro dell’altare della chiesa di Sant’Andrea sono accostabili, nella postura classicheggiante delle forme, mentre molto differenti e pregne di maggior tensione manieristica sono il San Bartolomeo e il Sant’Andrea dell’omonima chiesa. Il Libro di Cassa del 1738 della confraternita attesta il lavoro per le cappelle e le statue di Nostra Signora della Guardia (fig. 3) e dell’Umiltà (fig. 4) della chiesa della Santissima Trinità di Luigi Fasce e del figlio Lazzaro che egli aveva avviato alla professione di scultore[20]. Diversa la vicenda delle statue e degli stucchi dell’altar maggiore. Non solo l’osservazione delle statue, cariche e guizzanti di vitalità barocca, molto differenti dalla classica e serena fattura delle sculture dei due altari laterali, ma anche alcuni studi locali ci permettono di attribuirne ad altro stuccatore la realizzazione. Mario Cresca proprio a proposito del Fasce e del Baratta (o Beretta) ci illustra una vicenda alquanto singolare avvenuta nel 1739. Lo studioso riporta un elenco di carte documentarie catalogate nel 1811: in tale lista al n. 188 viene rubricata una carta del 31 agosto 1739, un anno esatto dopo la realizzazione delle cappelle, che tratta l’affidamento di lavoro ad Antonio Baratta (o Beretta) per eseguire una nuova incorniciatura di adattamento alla sacra immagine dell’altare maggiore. Per un confacente adattamento alla parete di fondo occorreva una nuova incorniciatura per il dilatamento delle dimensioni: il Baratta (o Beretta) secondo la carta d’ordinazione per il compenso di L. 500 deve provvedere a tutto quanto viene richiesto per un corretto lavoro, facendo eseguire un nuovo riquadro e murarlo assoldando maestri e garzoni e a ingaggiare un qualsiasi pittore che potrebbe essere anche un suo cugino di Pavia, ma non tal Luigi Fasce[21].

Avendo ora la possibilità di confrontare i due documenti redatti a distanza di un anno per l’assetto delle cappelle e dell’altare, possiamo dedurre che qualcosa sia accaduto nel rapporto tra i confratelli e il Fasce. Cresca, non avendo visionato il documento del 1738, ipotizza un’antipatia preconcetta, mentre in realtà il veto al Fasce era il risultato di un rapporto già avviato e probabilmente non soddisfacente per le parti.

L’impegno della Confraternita prosegue nel 1740 con una nota delle spese fatta dai deputati per l’ancona e i quadri principiata l’anno 1739, 29 agosto e terminato l’anno suddetto (1740)[22].

In tale nota si legge l’incarico a Francesco Campora per due quadri, rispettivamente Mater Divinae Providentiae e San Carlo Borromeo (figg. 5 e 6), a fronte del pagamento di L. 800, il concomitante acquisto per L. 22 di oltremare, delle tele e dell’imprimitura per L. 39,16 e di una maschera di San Carlo da Milano per L. 1,4; un impegno economico nel complesso molto corposo di L. 1.605,6 per cui si procede immediatamente alla “raccolta fondi” tramite deputati e sindaci.

Giovan Battista Chiappe lavora per la prima volta per la confraternita nel 1743 (nota del 30 luglio) quando viene pagato L. 20 per agiustar, ovvero restaurare, uno stendardo e ancona: probabilmente restaurò l’ancona esistente. Dieci anni dopo gli venne commissionato l’incarico per la realizzazione del Mistero della Santissima Trinità  per l’altare maggiore (fig. 7).

Per quel che è stato possibile trarre dalle documentazioni, questo fervente periodo di rinnovamento si conclude nella seconda metà del Settecento nell’assetto attuale dell’Oratorio e in ciò che ci rimane delle opere mobili realizzate. Come recita il cartiglio appeso sulla volta centrale tutti gli altari vennero consacrati nel 1750 per decreto speciale di Papa Benedetto XIV[23].

L’Ottocento è sostanzialmente dedicato ad un’attività di conservazione dell’esistente, con ripetuti interventi di stuccatura, muratura e restauri alle ancone e alla statua da processione. Attivo in questo senso il pittore Sansebastiano che interviene più volte sulle ancone e sui quadri[24]. Nel 1864 al pittore vengono pagate L. 50 per aver dipinto nr. 3 bandiere per la processione[25]; nel 1871 in una nota di cassa per la cifra di L. 12 viene nuovamente pagato per restauri al quadro Cena Domini. Quest’ultimo documento è importante perché ci consente di accertare la presenza dei dipinti di Badaracco all’interno della chiesa dal 1871[26].

Nel 1875 verrà ancora una volta chiamato ad intervenire per la cifra di L. 60 sul gonfalone dei morti. Non è specificato in queste note se si tratti del padre decoratore o del figlio scultore, ma ritengo di poter affermare che si tratti almeno nelle note del 1871 e 1875 dello scultore Michele Sansebastiano, confortata da una nota del 1872 tramite la quale viene incaricato il Montecucco con L. 26,50 per colorire gli emblemi della Passione e ristorare nr. 4 quadri grandi: Sansebastiano studia e lavora alla bottega del Montecucco di Gavi e l’intervento indistinto di botteghe di scultori locali anche sulle opere pittoriche rientra nella normalità dell’epoca[27].

Il documento del 1872 secondo il quale Montecucco interviene per colorire gli emblemi della Passione potrebbe essere riferito alla croce lignea intagliata con Arma Christi, ovvero con i simboli della Passione a noi pervenuta ed esposta fino al 9 febbraio nel percorso di mostra “Tesori sacri dalla collezione civica” presso le sale del Museo dei Campionissimi[28].

Anche sulla cassa processionale si registrano numerosi interventi ottocenteschi. Nel 1865 viene pagata l’ingente somma di L. 160 all’indoratore della ditta “Carlo Magno” per restauri agli angeli della statua della Santissima Trinità, nonché alla rispettiva piramide[29]. La medesima ditta trasformatasi in Premiata Fabbrica di Arredi Sacri Parodi Filiberto fu Carlomagno e figli interviene con un ulteriore restauro alla cassa nel 1924, ricevendo la cifra di Lire 1.400 di cui è giunta sino a noi la relativa fattura.

Questo sino ad ora è ciò che è emerso dalle ricerche effettuate sulle carte e sui documenti appartenenti all’archivio di questa confraternita e molto si potrà ancora scoprire per la storia della città nell’analizzare i libri delle sorelle e dei fratelli, gli atti notarili, nonché le entrate e le uscite del Monte frumentario.

 

NOTE

[1] Cresca, Firpo, Daglio, Rescia, Silvano: questi studiosi hanno pubblicato su questa rivista negli anni ’80 e ’90 numerosi contributi storici sulla confraternita e sull’oratorio della Santissima Trinità. Nello specifico in ordine cronologico:  A. Daglio, La Trinità, in Novinostra, numero unico, Tortona  1960, pp. 12-16; A. Daglio, La “Trinità”, in “Novinostra”, I, 1, 1960, p. 7-15; M. Silvano, La Confraternita della Trinità di Novi (note d’archivio), “Novinostra”, XXIII, 4, dicembre 1983, pp. 211-234; G. Firpo, Il Monte frumentario di Novi – Note d’archivio, in “Novinostra”, 1, 1984, pp. 3-18; G. Firpo, Sul documento del 1513 riguardante Franceschino Bauxilio, in “Novinostra”, XXIV, 2, giugno 1984, p. 133-135;  G M. Rescia, Documenti su Giovanni Battista Chiappe pittore novese del Settecento, palazzo Adorno di via Girardengo dichiarato sede municipale nel 1798, in “Novinostra”, XXXI, 2, 1991, pp. 16-26; M. Cresca, Interventi artistici all’Oratorio della Trinità (1739-1753), in “Novinostra” XXXIV, 2, 1994, pp. 61-65.

[2] A tal proposito un sentito ringraziamento alla disponibilità del parroco di San Nicolò, Don Stefano Ferrari.

[3] Archivio della Confraternita della Santissima Trinità, Libro de’ mandati di anno per anno, 1633.

[4] Archivio, Libro de’ mandati, 1636, 1637, 1643. Questa notizia risulta di rilievo perché documenta il rapporto della  confraternita con i Badaracco. Cfr. C. Vignola, La collezione dell’Oratorio della Santissima Trinità. Le tre tele seicentesche, in “Novinostra”, 2, dicembre 2011, pp. 24-39.

[5] G. Firpo, Sul documento del 1513 riguardante Franceschino Bauxilio, in “Novinostra”, XXIV, 2, giugno 1984, pp. 133-135.

[6] Per la storia, la descrizione, le immagini e il progetto conservativo cfr. C. Vignola, Il Padreterno dell’Oratorio della Santissima Trinità: primi studi sulla scultura e ipotesi di restauro, in “Novinostra”, 1, luglio 2012, pp. 33-44

 

[7] (Maestà riuscita perfettamente con grande apprezzamento da parte di tutti, fu un motivo per gli artigiani di pretendere più di quanto accordato con la pretesa di non consegnarla se non con una grossa somma in più, a causa del lavoro maggiore e si ricorse al Giudice e dal medesimo giudice vennero intese le nostre ragioni, dopo di che si intromisero altre persone a persuasione e fu amichevole accordo che dovessimo fare un regalo di 20 filippi però che i medesimi artigiani facessero le aggiunte accordate come da polizza e questa polizza è stata riposta in archivio e di nuovo abbiamo sborsato £ 112 …) dal  Libro di Cassa, 1707-1756.

[8]  (la porta grande della Chiesa venne nuovamente rifatta, con la porta e tutte le spese necessarie, al fine che sia possibile far entrar e far uscire la nostra Maestà, perché prima non era possibile; e anche altre spese fatte nella cassa e le stanghe, in tutto speso 114) dal Libro di Cassa, 1707-1756.

[9] (e ancora dopo il giorno della nostra Solennità, quando si mise a disposizione della venerazione la Maestà fu necessaria un’altra spesa per collocarla al meglio e venne fatto tutto quello che si vede sopra l’altare maggiore …. Tra i gradini, la pittura e ogni altra cosa, in tutto si è speso £ 73.6 …) dal Libro di Cassa, 1707-1756.

[10] (quali si dovranno rimborsare secondo l’ordine che è stato assegnato dalla congregazione con si può vedere dal libro ufficiale. Si dichiara che per le suddette lire duecentocinquantasette restano creditori i suddetti deputati essendo anche guardiani, così che restano quattro creditori di questa partita ….) dal Libro di Cassa, 1707-1756.

[11] Archivio, Libro di Cassa 1707-1756, 1721; 1739

[12] C.G. Ratti, Vite de’ Pittori, Scultori ed Architetti genovesi, II, Genova 1769, pp. 310-314.

[13] Archivio, Libro di Cassa 1707-1756, 1738.

[14] Cfr. S.Arditi, La scultura lignea e l’altare dell’Immacolata Concezione in San Francesco di Cassine, in “Urbs silva et flumen”, 2, 2006, pp. 125-129

[15] D.Sanguineti, Maragliano e Maraglianeschi, ad vocem Luigi Fasce, in F.Cervini, D.Sanguineti, Han tutta l’aria di Paradiso. Gruppi processionali di Anton Maria Maragliano tra Genova e Ovada, Torino 2005, pp. 117-118.

[16] F.Cervini, D.Sanguineti, Han tutta l’aria di Paradiso. Gruppi processionali di Anton Maria Maragliano tra Genova e Ovada, Torino 2005.

[17] Cfr. F.Ferla, L’Oratorio della Santissima Annunziata di Ovada, in “Urbs silva et flumen”, 1, 2005, pp.30-43

[18] G.Donato (a cura di), Opere svelate. Report restauri Diocesi di Tortona 2007-2011, Tortona 2012, n. 29, pp. 90-91.

[19] F. Zanolli, La Chiesa di Sant’Andrea di Novi Ligure, 1979, p. 31

[20] A.Laguzzi, P.Bavazzano, La bottega di un artista ad Ovada nella prima metà del XVIII secolo: il caso Luigi Fasce, in  “Urbs silva et flumen”, 4, XIX, 2006, pp. 286-291.

[21] M.Cresca, Interventi artistici all’Oratorio della Trinità (1739-1753), in “Novinostra” XXXIV, 2, 1994, pp. 61-65.

[22] Archivio, Libro di Cassa 1707-1756, anno 1740.

[23] “Tutti gli altari di questa chiesa ed oratorio sono privilegiati cotidiani in perpetuo pel decreto speciale di ss. Benedetto XIV emanato nell’anno MDCCL alli XXVI di 7bre a favore de confratelli e consorelle di questa Ven. Confraternita della SS. Trinita’ e de’ Pellegrini”.

[24] Vincenzo Michelangelo Sansebastiano (Novi Ligure 1852 – Genova 1908) scultore, giovanissimo fu avviato dal padre pittore e  decoratore, all’apprendistato artistico presso la bottega di Luigi Montecucco a Gavi. Si iscrisse poi all’Accademia Ligustica di Genova di cui fu nominato nel 1898 Accademico di merito. Stabilitosi a Genova aprì uno studio che raggiunse una certa fama e partecipò tra il 1871 ed il 1892 alle Esposizioni della Società Promotrice. A Novi realizzò la fontana con un grazioso putto in via Roma davanti alla chiesa di San Pietro e le tombe Cambiaggio-Minetto, Vernetti e Gambarotta. Sulla vita di Michele Sansebastiano cfr. C.Castiglioni, Ricordo di un artista novese Michele Sansebastiano, in “Novinostra”, 3, 1987, pp. 210-215.

[25] Archivio, Libro di entrate e spese dall’anno 1864 al 1883, anno 1864.

[26] Archivio, Libro di entrate e spese dall’anno 1864 al 1883, anno 1871.

[27] Castiglioni, 1987, cit.

[28] C. Vignola, in A. Orlando e C. Vignola (a cura di), Tesori sacri, catalogo della mostra, Novi Ligure 2013, n. II 8 pp. 90-91.

[29] Archivio, Libro di entrate e spese dall’anno 1864 al 1883, anno 1865.


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