Ultimi giorni in montagna di un partigiano

di PIETRO MAFFEO

Capanne di Pei  Aprile 1945

Abbiamo atteso ordini per tutta la giornata e finalmente ecco arrivare due uomini ed un mulo. Si intravedono in distanza, ma non si possono ancora riconoscere: avanzano cantando con passo spedito. Dopo una decina di  minuti riconosciamo nei due i partigiani Duemila, il mulattiere, e Calabria, entrambi appartenenti al nostro distaccamento.

Il Commissario, dopo essersi intrattenuto con loro, con un sorriso di soddisfazione, ci chiama tutti e gesticolando ci comunica che il Comando, finalmente, ha deciso il nostro avvicendamento: saremo sostituiti dagli uomini del distaccamento ”Cecchinelli”(Reclute). L’ordine è di attendere il cambio sul posto. La nuova dislocazione ci fa molto piacere, poiché saremo vicini all’autostrada Serravalle-Genova ed avremo la possibilità di riprendere le azioni di disturbo contro le forze tedesche.

Il distaccamento si mise subito in fermento: chi preparava le proprie cose, chi puliva le armi, ma pronti per la partenza. Nel bel mezzo di questo trambusto si alzò la voce di Berto, il cuoco, che ci ricordò che anche i viveri dovevano essere portati via e fra questi una damigiana di vino e parecchi bottiglioni. Subito i compagni russi misero i bottiglioni nei loro zaini ed altri travasarono il vino in bottiglie: in un attimo tutto il vino era sistemato, mentre qualcuno aveva aiutato a sistemarlo in maniera più “personale” e faceva fatica a reggersi ritto in piedi. Il più malconcio era Errica.

Finalmente giunsero gli uomini del distaccamento che doveva occupare la nostra posizione; avvenuto lo scambio delle consegne tra i due comandanti e commissari, i quaranta uomini si avviarono verso il nuovo obiettivo e dopo tre chilometri di strada tutta in discesa arrivarono a Cosola.

Maffeo Pietro

Io, che portavo in spalla il mitragliatore, a un certo punto inciampai facendo una spettacolare caduta, fortunatamente senza conseguenze, mentre Errica, durante tutta la discesa, ancora su di giri, cadeva e si rialzava continuamente urlando a squarciagola:”Voglio andare come un treno”. Da Cosola Rino fu costretto a ritornare sui suoi passi per ricuperarlo. Eravamo in piazza ad aspettarli, quando si udì una

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ì*Pietro Maffeo, nato a Novi Ligure nel 1927, è stato Partigiano combattente, “Pinocchio”, nella Divisione Garibaldina Pinan Cichero, Brigata Oreste, distaccamento “Castiglione”. Ferito in combattimento, con conseguente invalidità, è stato decorato di Croce al Merito e, unico novese partigiano, di Medaglia di bronzo al Valor Militare. È conosciuto anche per essere stato, nel 1951, Campione Italiano di pugilato, categoria pesi leggeri. Nel 70° anniversario della Liberazione riportiamo un suo scritto che ricorda gli ultimi giorni dell’aprile 1945.

detonazione: a Brighella era partito accidentalmente un colpo, ferendo di striscio il polso destro del  russo Filippo. All’arrivo di Rino con Errica e non appena a Filippo  fu applicata la medicazione il distaccamento si rimise in marcia.

Con quattro compagni andai in avanguardia fino all’Osteria di Cornareto e qui restammo in attesa. Quindi tutto il distaccamento proseguì per Cabella, dove si contattò il Comando per fare rapporto. Martino, del Comando S.I.P., saputo  dell’incidente di Cosola riprese severamente i nostri comandante e commissario.

Durante il colloquio tra i comandanti giunse una staffetta dal comando divisionale: ”Un migliaio di tedeschi avevano attaccato Sorli”. Il nostro distaccamento fu mandato di rinforzo. Una delle due parti in cui era stato diviso fu inviata, durante la notte, di rincalzo al distaccamento “Galeazzo” e un mitragliatore con un buon numero di caricatori doveva seguire come scorta: venne scelta la mia arma ed io mi incamminai con i portamunizioni Vampa e Cesco.

Eravamo molto stanchi, ma ansiosi di giungere sul posto. Purtroppo a metà strada tra Cantalupo e Costa Merlassino, a causa dell’oscurità sbagliammo direzione perdendo così bel po’ di tempo. Ripreso il  giusto cammino si giunse finalmente a Costa Merlassino, dove ci riunimmo con l’altro distaccamento e dove ci riposammo. Per uscire in pattuglia alle 4 del mattino seguente suonò la sveglia, accolta dalle nostre inutili lamentele. Alle ore 12 arrivò il cambio. Intanto i tedeschi erano finiti circondati  nei pressi di Sant’Agata.

Il giorno seguente Scrivia decise di attaccare Borghetto  Borbera con una notevole forza. Io non ho potuto partecipare all’azione poiché ero stato di pattuglia fino a notte inoltrata, tuttavia dalla mia posizione più elevata ho potuto osservare uno spettacolo straordinario: i proiettili traccianti si incrociavano nel cielo fra le esplosioni dei colpi di mortaio, tanto che sembrava di assistere a fuochi di artificio. Un colpo di mortaio da 81, che mi cadde vicino, mi fece ritornare alla realtà del momento La notte trascorse rapidamente ed alla mattina  rientrai al distaccamento, perché i tedeschi si erano ritirata da Sant’Agata.

Il distaccamento si stava preparando ad un secondo attacco a Borghetto. Suggerimmo al comandante Vistù di effettuarlo con mortai e mitragliatrici; sulle prime non era pienamente d’accordo, ma riuscimmo a persuaderlo. Partimmo con un mortaio da 45, un mitragliatore Bren ed alcune armi automatiche leggere. Alle 6 del mattino eravamo a Persi, attraversammo la passerella in fila indiana, distanziati uno dall’altro di circa 40 metri, perché, essendo la  passerella lunga quasi un chilometro, ci saremmo trovati per lungo tempo allo scoperto.

Giunti sull’altra sponda ci appostammo a Castel Ratti, di fronte a Borghetto, da dove verso le 7 e mezza iniziammo la sparatoria, dopo aver recuperato i proiettili per il mortaio, che erano stati sotterrati durante i rastrellamenti del dicembre 1944 e del gennaio-febbraio del 1945. Finito il fuoco dei mortai ci siamo ritirati. Rodolfo coprì il nostro gruppo e successivamente noi coprimmo il suo rientro. Ci portammo oltre il costone che sovrasta Castel Ratti per essere al sicuro dai tiri nemici e dopo circa 3 ore di cammino siamo rientrati.

Dopo aver fatto la relazione al Comando ci siamo riposati in attesa di un nuovo obiettivo: far saltare due vagoni carichi di esplosivi, nascosti dai tedeschi in una galleria da loro presidiata. Ci armammo con 5 mitra  Sten e molti caricatori: io avevo un sacchetto con oltre 300 proiettili, mentre  Crick si caricò con 2,5 chili di esplosivo al plastico e parecchia miccia. Attraversammo Sorli, Vargo e giunti a Pian delle Botti chiedemmo ad un componente del Comitato informazioni sulla esatta ubicazione dei due vagoni. La notizia avuta  ci tolse l’illusione di poter effettuare l’operazione: i tedeschi avevano trasferito gli esplosivi in altra località e la nostra azione sfumò.

In compenso alcuni contadini ci diedero del pane che fu divorato avidamente.

A questo punto Crick propose di andare a Novi per bruciare l’Ufficio Leva, proposta che accettammo subito. Attraversammo la Scrivia e dirigemmo verso l’obiettivo. Presso Serravalle sostammo una decina  di minuti per riposarci, quando Allegro chiese: “ C’è il cinema a Serravalle?”. Subito Crick rispose: “Manca poco che ci sia il casino”. “ A Novi c’é?”  domandò Memo; risposi io affermativamente, al che Crick intervenne: ”Ragazzi, mi è venuta un’ idea: potremmo andare al casino di Novi, dove quasi certamente possiamo incontrare  dei soldati tedeschi e divertirci un po’”. Approvammo tutti e in una atmosfera di spensierata allegria riprendemmo la marcia.

Presso una cascina un mio compagno di scuola ci offrì uno spuntino con pane e salame. Eravamo nelle vicinanze di Novi, quando incrociammo tre militari della “Ettore Muti”. Per non far saltare il nostro piano, ci siamo nascosti in un campo di segala e quando i tre scomparvero in un cascinale poco lontano riprendemmo  il cammino.

Guidati da Cesco si giunse nella Fuga, grosso fossato alla periferia di Novi, e dopo l’aeroporto arrivammo a San Bovo. Eravamo dietro lo stabilimento dell’ ILVA, quando suonò l’allarme, che ci fece temere di essere stati scoperti, per cui ci buttammo fra le sterpaglie, pronti a contrastare eventuali attacchi. Ben presto ci rendemmo conto che si trattava di un allarme aereo; infatti sopra di noi si videro degli aerei che ci sorvolavano molto bassi, mentre davanti a noi correvano in salvo gli operai dell’ ILVA. Passò anche un soldato tedesco disarmato, mentre alle nostre spalle Crick scorse tre ufficiali tedeschi, che  però non erano a tiro delle nostre armi.

A circa cento metri dal casino abbiamo cominciato a marciare incolonnati per assumere l’aspetto, con la nostra tuta mimetica, di una pattuglia militare. A pochi passi dall’entrata, Crick, scorgendo la portinaia, chiese se c’erano tedeschi all’interno, ricevendone una decisa risposta negativa. Soddisfatti, entrammo tranquillamente, ma ci trovammo di fronte a due tedeschi che stavano ridendo. Al nostro secco «Hände   hoch !» (mani in alto!) scattarono in piedi con le mani alzate e con il riso strozzato in gola rauco e lento, mentre Allegro chiudeva subito la porta.

I due erano graduati: un sergente ed un caporal  maggiore, entrambi armati. Li disarmai e ci apprestammo ad accoglierne altri. Arrivarono anche diversi borghesi che separammo dai tedeschi, rinchiudendoli in due diverse camere. Il bottino risultò più che soddisfacente: 11 pistole, un fucile, 23 cinturoni, 24 libretti personali militari, 3 biciclette e la borsa del postino del Comando tedesco. Erano circa le quattordici quando siamo entrati nel casino ed ora che stavamo per andarcene erano le venti.

Velocemente e quasi senza rendercene conto ci siamo ritrovati a Pian delle Botti. Attraversata la Scrivia ci recammo dal rappresentante del Comitato, ma mentre stavamo per andare a riposarci venne avvistata una pattuglia di una quindicina di uomini in armi. Ci appostammo per sorprenderli, ma quando furono più vicini ci accorgemmo che erano dei nostri. Mentre i comandanti si scambiavano le notizie su quanto era stato fatto e facevano previsioni per le prossime azioni, finalmente riuscimmo a sistemarci per un meritato riposo.

La stalla si riempì subito ed io, che ero ancora bagnato per l’attraversamento del fiume, fui mandato a dormire nell’ovile, insieme alle pecore. Alle 6 suonò la sveglia ed io mi ritrovai sdraiato fra il bestiame che durante la notte mi aveva piacevolmente riscaldato. In pochi minuti eravamo pronti a riprendere il cammino verso la pianura. Attraversiamo nuovamente la Scrivia e ci appostiamo sul rettilineo che da Cassano porta a Serravalle. Sembrava che il tempo si fosse fermato; io avevo ancora gli indumenti umidi ed il freddo mi penetrava fino alle ossa.

Erano ormai le sette e di tedeschi nemmeno l’ombra. Verso le 9 sentiamo parlare in tedesco; io ero solo con Crick, mentre gli altri sostavano dietro ad una casa a chiacchierare con alcune ragazze. Entrambi ci siamo piazzati in mezzo alla strada intimando l’alt alla pattuglia nemica, composta da quattro militari in bicicletta, due dei quali distanziati una decina di metri. I primi due tentarono di buttarsi nel fosso, ma furono colpiti da una mia raffica, mentre il tentativo degli altri due fu  contrastato dallo Sten di Crick. Pochi istanti dopo giunsero i nostri compagni.

Recuperammo un buon bottino: quattro biciclette, uno zainetto pieno di bombe a mano, una borsa con 73 libretti personali di militari tedeschi, un paio di scarpe nuove e quattro fucili con relative giberne. Un tedesco giaceva morto e gli altri tre, che erano feriti ed a cui avevamo distribuito due pacchetti di medicazione, vennero trasportati all’ospedale di Serravalle con un calesse recuperato nelle vicinanze.

Rientrati al nostro distaccamento che si trovava ad Arborelle, il mattino seguente dovevamo trasferirci a Camere Nuove, ma un contrordine giunto a Vistù indicò la nuova destinazione, Dova, che raggiungemmo verso le 12 e mezza. Avevamo appena finito di rifocillarsi, quando arrivò Toscano, vice comandante di Brigata, il quale, radunati  tutti gli uomini, annunciò che il Comando di Divisione aveva ordinato di puntare su Genova. I tedeschi avevano evacuato Crocefieschi ed era bene approfittarne. Gli zaini erano pronti e quindi siamo subito ripartiti.

Arrivati a Crocefieschi, ci sembrò di essere in un altro mondo: negozi riforniti, cinema aperto, una grande animazione di gente indaffarata e noi alloggiati nella colonia dei figli dei ferrovieri di Genova Mentre gironzolavo per il paese con Brighella, si sono visti due uomini che si accapigliavano in un bar: ci dissero che un collaboratore dei tedeschi era caduto nelle mani di un patriota che cercava di fargli pagare la sua condotta. Lasciammo fare e dopo un’oretta ci raggiunse Allegro, che ci comunicò che dovevamo rientrare per una nuova partenza. Ci aspettava un camion sul quale salimmo in una quindicina. Spensierati, intonammo un coro. Si avverava quello che diceva la canzone della Brigata Oreste:

                                     Dopo aver preso Crocefieschi     

                                         Noi punteremo su Casella 

                                     Per riabbracciar la Patria bella

Per tutta la strada abbiamo cantato a squarciagola per far sentire i canti partigiani ai paesi che eventualmente avessero ancora nelle orecchie l’eco dei canti tedeschi. Siamo passati anche sventolando il tricolore davanti ad un comando tedesco, senza che ce ne accorgessimo. Ci fu segnalato in seguito da un componente del Comitato di Liberazione ed il fatto che avremmo potuto essere uccisi tutti, mentre invece i tedeschi non si erano neanche fatti vedere, ci fece scoppiare in una fragorosa risata, naturale reazione allo scampato pericolo.

Arrivammo a Casella e in attesa del resto del distaccamento entrammo nell’osteria, dove un tipo un po’ brillo brindava ai partigiani offrendoci anche alcune bottiglie di moscato. Eravamo a disposizione del Comando di Casella, dove si trovava ancora un presidio tedesco, il cui comandante rifiutava di arrendersi. Nella notte ci siamo portati a Savignone per controllare il presidio tedesco. Durante il mio turno di guardia passai attimi di sgomento quando mi accorsi  che il mio mitragliatore si era inceppato, ma abbastanza rapidamente riuscii a rimetterlo in efficienza.

Al mattino, verso le ore 6, ci siamo incamminati nuovamente verso Casella; durante il tragitto incrociammo un auto con tre partigiani feriti e mentre eravamo  a Casella vi furono portate le salme di due  partigiani caduti: uno era Topo di Busalla. Alle 10  si parte per Busalla in camion e nei pressi di Savignone abbiamo dovuto passare davanti al comando del generale tedesco, che rifiutava di arrendersi, ma i tedeschi non si fecero vivi.

Arrivati a Busalla, attraversato il paese, abbiamo occupato una casa cantoniera che era stata la caserma delle Brigate Nere. Rodolfo ed io con in mezzo la Franca, seguiti da due del Comitato di Liberazione, siamo tornati nel centro ed abbiamo issato sulla torre del palazzo, che era stato sede della GIL, una bandiera rossa. Si videro molti che piangevano. Curiosando qua e là mi ritrovai in uno dei tanti  depositi abbandonati: presi uno zaino col pelo e 4 bombe a mano. Visto transitare Crick su una bella 1100 fuori serie del Consolato Spagnolo, mi feci dare un passaggio fino a Borgo Fornari, dove, asserragliato in una galleria ferroviaria, un reparto nemico non voleva arrendersi.

Durante il mio giro per il paese entrai in una chiesetta adibita dai tedeschi a deposito di munizioni e di vestiario. All’uscita incontrai Ulisse a cui chiesi l’uso di un autocarro sotto la mia responsabilità. Acconsentì ed infatti dopo circa una mezzora arrivò alla guida del camion, con cui portar via tutte le munizioni. Nel frattempo erano arrivati quattro rappresentanti del Comitato, che cercavano cosa potesse servire loro. A malincuore ci aiutarono a caricare: molte mitragliatrici, casse di munizioni, di cui sette di bombe a mano, 25 chili di cuoio, rinvenuti in un ripostiglio, dove dormiva un “pacifico” contadino (così diceva lui). A terra rimasero solo elmetti e borracce, mentre il camion ripartiva alla guida di Berto.

Rientrato al distaccamento non trovai più nessuno: i compagni si erano spostati in un casello stradale presso il Piano dei Giovi, dove, giuntovi, distribuii saponette a tutti mentre raccontavo la mia impresa. Si diceva che al Piano dei Giovi vi erano un migliaio di tedeschi, che cercavano di aprirsi un varco per raggiungere un contingente di commilitoni, forse un reggimento di artiglieria. Ci organizzammo per formare un posto di blocco, ma la giornata trascorse tranquilla.

Crick e Fred, che si erano recati in auto fino ad Arquata per sapere se i tedeschi si erano arresi, al ritorno furono attaccati da un aereo inglese che li mitragliò. Fred rimase ferito ad un braccio, mentre Crick, sebbene colpito in più punti non subì gravi danni. Nel frattempo il distaccamento si era spostato in una villetta per essere più vicino al posto di blocco in caso di attacco: verso sera con Brighella mi sono offerto per andare a controllare la situazione. Rientrammo verso mezzanotte.

Ci eravamo appena coricati quando il commissario avvisò che un grosso contingente nemico, circa 20.000 uomini, un’intera divisione, con numerosi carri armati, stavano ritirandosi dal fronte e cercavano un varco sicuro per rientrare in Germania. In pochi minuti eravamo pronti per effettuare una eventuale imboscata, ma fu presa invece la decisione più saggia: ritirarci ed evitare un impari scontro.

Camminammo per circa un’ora verso Crocefieschi e ci fermammo in un paesino per riposarci, chi in una stalla,chi in un fienile, qualcuno bussò alle porte di abitazioni; insomma in poco tempo tutti si erano messi al sicuro e potevano riposare tranquilli. Io dormii in un fienile fino alle 7. Verso le 13 si sentirono numerose raffiche di mitra, provenienti da ogni parte. Mi sdraiai dietro un muretto con la sensazione di essere circondato. Mi spostai in modo da potermi difendermi meglio e osservare quanto stava succedendo. Infine, non vedendo nulla, con circospezione mi avviai verso il centro del paese con l’arma pronta. Vidi gente che si abbracciava, urlava, gettava berretti in aria. Chiesi cosa era successo e mi risposero: “È finita la guerra!”. Una fisarmonica cominciò a suonare e tutti si misero a ballare.

Con due camion ci portarono a Busalla. Era una giornata piovigginosa. I tedeschi che erano a Piano dei Giovi non volevano arrendersi; anzi verso le 10 aprirono il fuoco con un mortaio da 81 ed un cannone da 105. Informai Vistù della presenza di uno spartineve a cingoli che si trovava presso il casello stradale: venne subito utilizzato piazzato al centro della statale per bloccare una eventuale avanzata dei tedeschi. Con alcuni paracarri di fianco alla strada e in mezzo a due pilastri feci una piccola postazione per il Bren. Al posto di blocco eravamo in quindici con Rodolfo comandante ed io come vice.

Il resto del distaccamento venne diviso in due gruppi, uno da una parte e l’altro dall’altra. Non appena i tedeschi avvistarono il primo gruppo, aprirono il fuoco: molti colpi di mortaio caddero vicinissimi e Dardo, che si trovava nel gruppo di Vistù, rimase quasi sotterrato dallo scoppio di un proiettile. I tedeschi continuarono a sparare per quasi 2 ore, mentre dalla nostra parte non partì neanche un colpo. Infine un’auto del nostro Comando, con Scrivia e Marco si avviò per andare a parlamentare con il Comando tedesco. Come per incanto i mortai tacquero. Al ritorno la nostra auto era seguita da un’altra in cui si trovava il Comandante tedesco, incaricato a discutere le condizioni di resa.

Dopo una quindicina di minuti arrivò Crick con un camioncino. Al posto di blocco  c’eravamo uniti ad una squadra che rientrava da una perlustrazione e Crick ci invitò a salire sull’automezzo per andare verso il reparto tedesco. Nessuno si mosse e Crick fu costretto ad alzare la voce con fermezza per  convincerci ad eseguire l’ordine. Dopo pochi minuti ci trovammo faccia a faccia con i tedeschi: mi sembrava una cosa strana vederli a pochi metri da noi, calmi,  armati noi ed armati loro senza che nessuno pensasse di far fuoco.

Posai il Bren in mezzo alla strada come per segnare un posto di blocco e loro appoggiarono la sega di Hitler contro un muro con un lungo nastro di proiettili da far venire i brividi. Altri tedeschi gironzolavano per il paese e noi sempre lì in attesa di ordini. Finalmente giunse tutto il resto del distaccamento, che i tedeschi scambiarono per una pattuglia, pensando sicuramente che una intera divisione partigiana fosse dislocata sulle colline, che facevano da sfondo al paese. Tali infatti erano i dati che il comandante Scrivia aveva fatto capire al comandante nemico ed il trucco aveva funzionato.

Le truppe tedesche dovevano arrendersi e consegnare le armi entro mezzogiorno. Puntualmente a quell’ora una lunga processione di soldati entrò nell’osteria del paese per consegnare le armi in dotazione, armi di tutti i tipi: 20 mitragliatrici, circa 300 fucili, 150 pistole automatiche, 20 machine-pistole, circa mille bombe a mano, che per sicurezza vennero sistemate in uno stanzino. Rodolfo controllava che fosse consegnato tutto, specialmente le pistole. Il bottino comprendeva anche binocoli, bussole e carte geografiche.

Fuori, Crick cercava di imparare a guidare l’autoblinda abbandonata dai tedeschi e mentre noi scherzavamo i prigionieri si schierarono in quadrato ed ad un ordine del loro comandante alzarono il braccio destro ed intonarono una loro canzone, il che ci meravigliò non poco.

Nel frattempo una colonna di carri armati in avvicinamento fece sentire il rombo dei suoi motori. Vistù ordinò di continuare a sorvegliare i prigionieri e mandò un altro gruppo ad appostarsi sulla collina con i bazooka pronti. I carri avanzavano sull’autostrada Genova-Serravalle.  Non li vedevamo ancora, ma sentivamo lo sferragliare dei loro cingoli ed il loro rombo caratteristico, quando spuntò un’autovettura, mai vista prima, con la bandiera a stelle e strisce, nella quale,  con l’autista e l’interprete, sedeva un colonnello americano.

Arrivato nella piazza il colonnello, che era armato con pistola e mitra Thomson, si avvicinò al comandante tedesco, gli parlò e lo fece salire nell’auto, che si diresse verso una villa isolata. Il tedesco entrò da solo nell’edificio e poco dopo comparve un altro ufficiale superiore, forse un generale, il quale si fermo irrigidito sull’attenti davanti all’americano, salutandolo e tendendo la mano che fu ignorata. Iniziarono a discutere per mezzo dell’interprete sulle condizioni di resa.

Io mi ero avvicinato e mi trovavo davanti all’interprete, con alla mia destra il colonnello americano ed alla sinistra l’ufficiale tedesco; dopo pochi minuti di discussione calma ed educata, questi disse: “ Noi siamo prigionieri dei Partigiani”. L’americano a questo punto perse la calma, invitò il tedesco ad entrare in auto ed alla sua richiesta di far salire anche il suo attendente, si mise a ridere e lasciò a terra anche le valige dell’ufficiale tedesco.

Intanto i prigionieri tedeschi erano sempre in piazza a cantare, finché, ricevuto l’ordine, si misero in colonna in partenza per il campo di concentramento. Gli americani, ormai  numerosi, chiesero di prenderli in consegna. Il nostro comandante Vistù, lieto di togliersi quella responsabilità, accettò di buon grado la richiesta, ricevendone una regolare ricevuta.

Due  militari americani, forniti di cinepresa, cominciarono a filmare e non smisero  fino a  che tutti  i prigionieri furono contati: risultarono circa 600. Finite le pratiche per il loro passaggio agli americani, il nostro distaccamento parti su tre camion verso Pontedecimo. Calava la sera, i camion e l’autoblindo erano stati ricoverati in una fabbrica di calze. Mentre eravamo in un bar a  Cesco partì una raffica di mitra che fortunatamente finì sul soffitto. Stanchi per la lunga ed emozionante giornata, ci addormentammo tutti nel salone del bar.

Il mattino seguente partimmo per Genova, io particolarmente raggiante perché Crick mi aveva preso con sé nell’autoblinda come mitragliere. A Genova ci fecero accampare al Lagaccio, nel Palazzo dei Ferrovieri. Arrivò l’ordine per Crick di recarsi al distaccamento “Franchi”, che era sistemato sopra di noi al proiettificio. Mi lasciò in consegna l’autoblinda e se ne andò.  Al distaccamento “Franchi” avevano fatto prigioniero un ex partigiano, scappato dopo il rastrellamento di dicembre, per mettersi al servizio dei tedeschi come spia. Aveva fatto fucilare molti partigiani, tra i quali Giuseppe Salvarezza ( Pinan). Dopo averlo strapazzato a dovere fu messo al muro e fucilato.

Crick non si era più fatto vedere ed io dormii nell’autoblinda. Il mattino seguente il nostro distaccamento, nuovamente tutto riunito, partiva per Genova, dove ancora si facevano sentire diversi franchi tiratori, che finirono per arrendersi in giornata. Finalmente Genova era libera.


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